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La curiosità, intesa come stato di meraviglia davanti alle cose che spinge incessantemente a volerne penetrare più a fondo lo sfuggevole significato, è un’attitudine mentale benefica per la psiche, nella misura in cui la mantiene viva proteggendola dagli agguati di ansia e depressione.

L’esperienza clinica sembra portare a credere che la depressione colpisca maggiormente il sesso femminile. Una maggiore vulnerabilità della donna nei confronti dell’affetto depressivo appare un dato certo. Ma perché? Cosa la predispone a scivolare più facilmente rispetto all’uomo nella tristezza e nell’apatia?

Il rapporto con la temporalità è centrale in tutte le manifestazioni depressive, dalle più leggere a quelle di rilevanza clinica.

La perdita, di una relazione, di un lavoro, della salute, di una persona cara può sospingere verso lo sviluppo di affetti depressivi.

L’infanzia quasi sempre è il tempo in cui iniziano a depositarsi i germi di un malessere psichico che si svilupperà successivamente nella giovinezza e poi nell’età adulta.

Il termine depressione spesso viene evocato in maniera impropria, per riferirsi o a banali cadute di tono dell’umore o a stati dell’animo più complessi, che comunque restano ancora sotto l’ombrello della tristezza, di sentimenti sfumatamente luttuosi, all’insegna del tedio o dell'insoddisfazione cronica.

Uno stato latente di depressione può essere celato efficacemente da atteggiamenti e comportamenti di natura apparentemente lontana dall’affetto depressivo

L’affetto depressivo tendenzialmente mal si concilia con l’esercizio della parola, inteso quest’ultimo come possibilità di espressione ed elaborazione di questioni relative a verità soggettive. La depressione blocca la parola sia nella sua dimensione di ponte nei confronti dell’Altro, sia nella sua potenzialità dinamica di scoperta del nuovo.

Un interrogativo angoscioso che muove molte domande di aiuto nella contemporaneità ruota attorno alla questione della perdita o dell’assenza tout court della così detta “forza interiore”, da intendersi non riduttivamente nell’accezione di mera forza di volontà ma più ampiamente in quella di robusta energia vitale.

“Sono sempre stato un bighellone” mi ha detto recentemente un paziente con un certo tono di auto rimprovero durante uno dei primi incontri.

Nell’ascolto della sofferenza depressiva si possono cogliere delle sfumature specifiche che riguardano rispettivamente gli uomini e le donne.

Tutti noi siamo toccati da mancanze, conflitti e vulnerabilità. Credere che possa esistere una condizione di totale benessere e completezza non esposta a minacce è un atteggiamento mentale ingenuo e un po’ folle, purtroppo sempre più fomentato dalla cultura pop, oggi dilagante sui social, che illude le persone con miraggi di eterna giovinezza.

Molti soggetti sofferenti di isteria o di disturbi della personalità purtroppo subiscono ancor oggi diagnosi errate, il che compromette non di poco il trattamento e le possibilità di recupero da eventuali scompensi.

Il disturbo ossessivo-compulsivo costituisce una problematica di natura ansiosa che colpisce l’attività di pensiero, turbata dall’irruzione involontaria di rappresentazioni e idee di carattere negativo o catastrofico.

L’esperienza dell’abbandono, anche quando vissuta da adulti, si accompagna sempre ad una quota di dolore.

Non esiste una tipologia “unica” di depressione; anche se alcuni sintomi visibili sono apparentemente gli stessi (apatia, perdita di interessi, umore malinconico e triste, ritiro sociale, senso di disvalore) le cause retrostanti possono essere molto diverse.

Il sentimento di insoddisfazione in genere viene percepito come una sensazione interiore di irrequieta mancanza, che può accompagnarsi alla rassegnata percezione di esclusione da una supposta condizione di felicità senza sbavature.

Egoismo ed egocentrismo sono termini spesso utilizzati in maniera imprecisa o come sinonimi.

Spesso siamo portati a credere che il valore del tempo risieda nella quantità di cui ne possiamo disporre per fare delle cose. Ci lamentiamo continuamente di non averne abbastanza, nella misura in cui ci percepiamo incalzati dalla necessità del far fronte a mille impegni da cui davvero non possiamo esimerci.

C’è una differenza enorme fra la melanconia clinica e tutto ciò che definiamo genericamente come malinconia. Così come non possiamo ridurre la malinconia come stato d’animo alla depressione patologica, benché condivida con essa alcune caratteristiche.

Quando si affrontano situazioni complesse o fuori dall’ordinario (malattie, separazioni, perdita del lavoro, lutti ecc…) è quasi inevitabile incorrere in momenti di sconforto o in reazioni emotive spropositate.

Ai nostri giorni è molto diffusa la concezione che l’equilibrio psicologico corrisponda con la “normalità”, ovvero con l’aderenza a desideri, pensieri e comportamenti tipici dell’uomo “medio”.

Il termine “esaurimento nervoso” viene genericamente utilizzato per denominare tutte quelle situazioni in cui una persona (che magari fra alti e bassi si è sempre barcamenata nella vita) cessa all’improvviso di “funzionare” in modo appropriato.

La fiducia in se stessi “sostanziale” è molto diversa sia dall’esibizione di modalità e atteggiamenti spavaldi, sia dalla convinzione nella propria superiorità ed “elezione” rispetto agli altri. 

In alcune personalità la persistenza nel tempo della sofferenza e dell’inquietudine, nonostante infiniti ragionamenti e tentativi di recupero del benessere perduto, si può attribuire a convinzioni di fondo di natura nichilistica. 

Una richiesta che ci sentiamo spesso rivolgere come psicoterapeuti è quella di essere aiutati a sviluppare la forza di volontà.

Il termine “gaslighting” sta entrando nel lessico comune, spesso le stesse persone in terapia lo utilizzano spontaneamente per descrivere dinamiche manipolatorie tossiche a cui si rendono conto di essere esposte nella loro vita affettiva.

Ti senti in balia di una gelosia irrazionale che ti consuma? Se è così, non sei solo. Spesso, dietro questo sentimento distruttivo si nasconde un'ombra ancora più grande: l'insicurezza.

Purtroppo esistono numerose situazioni in cui i figli di una coppia, già ai tempi dell'infanzia, si trovano costretti a crescere in fretta, ad assumere cioè un ruolo adulto prima del tempo.

 I risultati di un lavoro psicoterapeutico possono arrivare in breve tempo, oppure richiedere mesi e anni per stabilizzarsi e rendersi pienamente visibili.

Non di rado accade di accogliere in terapia persone provenienti da percorsi psicoterapeutici recentissimi, interrotti per varie ragioni.

È semplicistico pensare che la modificazione di un atteggiamento o di un modo d'essere nel mondo sia frutto di un processo razionale di analisi dei propri meccanismi e comportamenti, finalizzato a identificarne l'inadeguatezza.

“Tre caratteri” di Cristopher Bollas si apre con una raccolta di riflessioni sul carattere narcisista (a cui seguono altre sulla patologia borderline e maniaco depressiva).

Nel'ultimo film di Silvio Soldini, presentato a Cannes nel settembre 2017, il personaggio di Emma (osteopata non vedente) dà corpo e voce ad una verità semplice e sconvolgente al tempo stesso: "per guarire bisogna soffrire". 

Oggi la vita sociale e lavorativa impone la formulazione rapida di opinioni, più si è veloci nelle esternazioni più si accende l’illusione di guadagnare punti agli occhi dell’altro, indipendentemente dalla profondità e dalla coerenza delle argomentazioni.

Sembra scontato, ma non lo è. Alla base di ogni guarigione che si possa dire tale esiste sempre un fortissimo desiderio di guarire, mai astratto ma concreto e reale. 

Procedendo nel lavoro con i pazienti (ma anche nelle relazioni personali e nel rapporto interiore con me stessa) colgo sempre di più i limiti degli approcci terapeutici tradizionali e delle contrapposizioni spesso sterili che chiudono le possibilità di ricerca nel campo dell’umano.

Lo psicoanalista è qualcuno che è chiamato a "sopravvivere" alla distruttività dei suoi pazienti. È il grande insegnamento di D. W. Winnicott ma anche dello stesso Jacques Lacan. Entrambi si riferiscono alla posizione di fondo di uno psicoanalista nella cura, il suo essere cioè intimamente distaccato dalle dinamiche affettive di amore odio, speculari, immaginarie tipiche delle relazioni duali, e nello stesso tempo autenticamente vivo, presente, sveglio, "francamente amorevole" e "francamente in stato di avversione".

Una cura psicoterapeutica ancora troppo spesso viene vista dagli utenti e dagli stessi operatori che la esercitano come uno strumento in grado di “correggere” o “eliminare” le così dette “storture” caratteriali e comportamentali.

Il dolore, quando invade la vita, sembra mettere tutto a soqquadro. Le certezze di sempre, se ci sono, mostrano tutta la loro fragilità, facendo sentire nudi, impauriti davanti a qualcosa di oscuro e minaccioso.

La musica ha un indubbio potere terapeutico, soprattutto per ciò che riguarda le problematiche legate allo stress, all’ansia e a certe forme depressive.

Il setting terapeutico è un dispositivo clinico complesso. Esso non si limita a identificare la semplice struttura organizzativa delle sedute (orari, luogo, durata) ma assume una valenza più profonda.

Il tempo è un fattore decisivo per la riparazione di una ferita o per la guarigione da una malattia.

È risaputo come in analisi il paziente parli mentre l’analista per lo più taccia. Il tacere dell’analista non va però inteso semplicisticamente come una pura conseguenza del suo essere impegnato nell’attività di ascolto.

Coltivare una buona indipendenza emotiva e di pensiero ha un’enorme importanza ai fini della stabilizzazione dell’equilibrio psichico di ciascuno di noi. 

“La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che é la mia debolezza”. Questa frase, attribuita a Pier Paolo Pasolini, condensa con precisione il conflitto che molti amanti dell’indipendenza vivono in rapporto alla quota più o meno grande di solitudine inevitabilmente connessa.

L’insonnia sta diventando un sintomo diffusissimo, soprattutto fra le persone che vivono nei grandi centri urbani, che sostengono ritmi di lavoro incalzanti e che si trovano a vivere momenti di stress personale in aggiunta a una quotidianità già gravata da mille impegni e preoccupazioni.

I così detti “ipersensibili”, spesso artisti o persone altamente creative, sono soggetti che vedono e sentono sfumature e sottigliezze che agli altri di norma sfuggono.

Il termine ipocondria si riferisce ad un disturbo psichico in cui al centro prevale la preoccupazione di aver contratto una grave malattia, in assenza di vere ed oggettive evidenze a riguardo. 

In psicoterapia il silenzio del terapeuta ha una funzione fondamentale. Permette la ricezione da parte della sua mente di tutto il materiale che gli arriva dall’altro, verbale e non verbale, e il suo smistamento in elementi rilevanti e non rilevanti ai fini della comprensione profonda della situazione del suo assistito. Questo lavoro consente di dare forma all’informe e orienta la restituzione al paziente, qualora sia possibile.