Quando il rifiuto è una domanda d’amore

Il rifiuto, anche quello più ostinato, freddo o rancoroso spessissimo nasconde una domanda disperata d’amore. Chi utilizza tale modalità all’interno dei rapporti amorosi ne è come soverchiato, sa che non porterà nulla di buono eppure non ne può fare a meno.

Allontanare all’improvviso il partner tanto desiderato , trattarlo con gelida indifferenza, vederlo inerme e sofferente per un lasso di tempo determinato offre un godimento irrinunciabile. Quello di sentirsi forti e potenti, amati, domandati, ma nello stesso tempo liberi dalla vulnerabilità a cui espone l’esperienza dell’amore.

Paura, rifiuto e disamore

La durata della sensazione è tuttavia breve, rapidamente subentrano ansia e frustrazione. Il partner, se ha un’affettività sana, frastornato si allontana. E allora tutto è perduto, l’effetto inebriante dato dalla preghiera dell’altro e dalla presunta raggiunta indipendenza rispetto alle catene dell’amore si dissolve rovesciandosi in una disperazione prima rabbiosa e poi angosciata.

A questo punto seguono tentativi convulsi di riavvicinarsi all’oggetto perduto, di riportarlo a sè. Ma nella misura in cui ciò accade, presto il meccanismo riparte da capo, in una ripetizione monotona e sfibrante che dura il tempo in cui il partner è disposto a dare altre possibilità, dunque a sopportare in nome della comprensione, dell’amore, di un certo masochismo e di molto altro ancora.

Prima o poi però inevitabilmente qualcosa si rompe. Dopo anche molti anni trascorsi all’insegna delle montagne russe emotive il compagno o la compagna si stancano. È una stanchezza diversa, è la stanchezza del “disamore”.

L’amore maltrattato può sopportare fino ad un certo limite oltre il quale semplicemente muore. Senza la molla dell’amore (o presunto tale) il movimento di ritorno, dato per scontato nel tempo, non si verifica più, lasciando il vuoto, l’amara contemplazione delle macerie prodotte dalle inutili guerre protratte nel tempo.

È chiaro allora come alla lunga il rifiuto che sottende un’incessante domanda d’amore sia un vero e proprio killer che agisce sabotando dall’interno rapporti spesso positivi, che si basano su affinità e intese profonde.

Non si tratta in questi casi di incompatibilità caratteriali, sessuali, intellettuali o affettive. Unioni splendide, affinità elettive possono essere minate ed infine distrutte da quella che al fondo è paura allo stato puro di venire abbandonati. La paura inconscia di essere lasciati, traditi dopo aver riposto la corazza della propria autosufficienza spinge ad abbandonare, a richiudere, a fuggire. Come ogni paura.

Passato che torna

Come disattivare questo veleno letale che inquina dunque anche le acque più cristalline?
Innanzitutto è necessario che siano coloro che agiscono tale dinamica ad accorgersi della distruttività che portano con sè le loro condotte. Spesso sono le fidanzate, le mogli o i mariti a spingere per la terapia. Ricattati dal “o ti curi o non torno con te” questi pazienti varcano la soglia dell’analista senza alcuna motivazione e convinti che basti comportarsi bene per un po’ perché tutto si aggiusti.

La crisi deve quindi essere personale e profonda, indipendente dalle domande altrui. Un momento tipico che fa da molla è quello in cui il partner sparisce definitivamente, prostrato e “disamorato” dall’altalena continua di alti e bassi. È il tempo della depressione nera, del panico, della realizzazione stupefatta del disastro provocato. Il rischio insito in questa fase è che la persona si incolli al terapeuta per farsi coccolare, non certo per lavorare su di sé.

La terapia per funzionare deve costituirsi come un luogo di interrogazione e di messa in discussione di sè. Se resta lo spazio del pianto e della lamentazione nulla cambia. Al contrario se si trasforma in una ricerca attiva delle cause e dei perché può riservare delle sorprese. Il soggetto può accedere ad un passato a cui aveva voluto voltare le spalle per rileggerne gli avvenimenti traumatici in maniera nuova.

Frequentemente infatti, nelle storie di chi si è costruito una corazza di invulnerabilità e di rifiuto, si nascondono fatti dolorosi risalenti all’infanzia o alla prima adolescenza, che si riferiscono allo strappo da una figura genitoriale avvenuto in maniera repentina o percepito come tale. Tendenzialmente già al momento dell’accadimento e poi nei mesi e negli anni successivi, il silenzio e la negazione erano sembrate le strategie più efficaci per fronteggiare la sofferenza.

Il dolore veniva dunque incapsulato, restando come una bomba inesplosa su uno sfondo di pace apparente. Ma la portata devastante degli eventi non si disattiva realmente in questo modo. Odio, rancore, aggressività, dolore sono tutti schiacciati e repressi sotto una lastra rigida di invulnerabilità e indifferenza che allontanano dal contatto con le emozioni.

Ora la condizione dell’innamoramento e poi dell’amore profondo va naturalmente a risvegliare il conflitto irrisolto, nella misura in cui strappa forzatamente, al di là della volontà, dall’illusione difensiva di autosufficienza. E qui cominciano i problemi.

Distacchi improvvisi, raffreddamenti, parole taglienti entrano in gioco per tentare di ripristinare la barriera protettiva perduta. Una sorta di tentativo di beneficiare dell’amore dell’altro senza però darsi, mettersi in gioco davvero, esporsi al rischio di soffrire nuovamente. E, pure, un modo per liberare l’aggressività repressa verso l’oggetto d’amore abbandonico, per vendicarsi immaginariamente e inconsciamente rovesciando le parti.

Orizzonti terapeutici

La terapia in queste situazioni può rivelarsi un potente strumento, nella misura in cui, liberando la parola, agisce in senso contrario al muro di silenzio ispessitosi negli anni e fautore del riversarsi cieco nel reale di un trauma rimasto indigerito.

Mettere in parola contrasta l’agire automatico. Se il soggetto trova la forza di dire l’indicibile e di ascoltarsi davvero può porre un freno a comportamenti che appaiono più forti di lui, senza ricorrere ad un atto di volontà. Si tratta dell’effetto che scaturisce naturalmente da un atteggiamento etico di confronto diretto e senza schermi con il proprio peggio.

Guardare con occhi nuovi il nostro peggio, quello che è accaduto e come abbiamo reagito è l’unica vera arma che abbiamo per non soccombere alla ripetizione e per non rovinare la nostra vita. Certo, ci vuole un atto di coraggio, che non esclude, non cancella la paura ma la affronta a viso scoperto.

Tags: Sessualità , Rapporto uomo donna, Aiuto psicoterapeutico , Disagio contemporaneo

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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