Psicologia della disabilità

Un deficit di qualche funzione sensoriale, motoria o mentale, ha degli impatti notevoli sulla psiche di chi vive la condizione di minorazione. La sfida in questi casi è quella di non soccombere del tutto sotto il peso di tali implicazioni emotive.

I vissuti psicologici nella disabilità 

La qualità dei vissuti psicologici di chi è affetto da un qualsiasi tipo di handicap è soprattutto di natura depressiva: l’immagine narcisistica di sé è gravemente colpita, così possono prevalere sentimenti di impotenza e disperazione. La rabbia è  un correlato frequente, ed essa può bloccare in un atteggiamento di chiusura ostile verso il mondo.

In un processo di integrazione della disabilità sia la depressione che la rabbia possono mutare in altro; la prima può lasciare spazio ad una sensibilità particolare verso le sofferenze altrui e segnare una tappa di maturazione che prelude ad una nuova visione della vita e dei rapporti umani, la seconda può venire utilizzata come un potente motore di autoaffermazione, trasformandosi in grinta ed energia vitale.

I fattori alla base della sofferenza psicologica nella disabilità 

In ogni caso i segni di sofferenza psicologica sono variabili non solo in base all’entità e alla progressione del danno,  ma dipendono anche dal momento di insorgenza del problema, dal contesto sociale e relazionale e infine dalla miscela individuale di caratteristiche di personalità e abilità intellettive. 

Da tali fattori dipende anche la possibilità di mitigazione dei sintomi e di adattamento della psiche, di utilizzo delle abilità “residue” fino all’estremo di un  vero e proprio capovolgimento del “minus” in un “plus”.

Essere nati con un problema, magari di natura degenerativa, ha dei pro e dei contro rispetto all’ incontro con  la disabilità in età adulta. Da un lato la convivenza “da sempre” con l’asprezza della propria condizione abitua gradualmente la psiche al calvario, rendendo più facile la convivenza con le difficoltà rispetto a chi si confronta col trauma della minorazione in età adulta. Dall’altro la crescita all’ombra della disabilità introduce precocemente un quantum di sofferenza soverchiante nelle fasi delicate dello sviluppo, rischiando di comprometterne il successo in alcune aree. 

 Il contesto familiare ha un ruolo importantissimo; più esso ha delle difficoltà ad accogliere la diversità durante l’infanzia, più il disabile stesso si percepirà come difettoso e farà fatica a volersi bene e ad apprezzarsi nonostante il problema. La presenza del rifiuto nella mente dei genitori si traduce in fare finta di niente, in minimizzazione se non in vera e propria punizione, a cui spesso si contrappone la risposta ansiosa di iperprotezione, altrettanto castrante. 

 L’esposizione  durante l’età infantile a questo tipo di assetto mentale dei caregivers non facilita la riuscita dell’accettazione di sé, unico vero antidoto alla tempesta emotiva a cui l’handicap espone giorno dopo giorno.

Spesso i genitori più illuminati acquisiscono delle consapevolezze quando la dinamica ha già inciso degli effetti profondi; da una parte sono i casi più fortunati, perché la ristrutturazione dell’ambiente psicologico circostante ha degli effetti notevoli su quello interiore, dall’altra il disabile potrebbe non cercare sufficientemente in sé stesso le risorse per farcela, affidandosi troppo alla sensibilità dell’adulto. Non è così raro che i genitori, mossi anche da forti sensi di colpa e da preoccupazioni rispetto al futuro, diventino “ostaggi” dei figli, in un impasto nocivo per ambo le parti. 

Quindi se l’ambiente amorevole ha una grande importanza, ne hanno altrettanta il conflitto, la distanza, e persino l’incomunicabilità. Questi ultimi permettono infatti  il distacco e contribuiscono alla sperimentazione sulla propria pelle della “dura realtà” senza filtri protettivi, incontro non aggirabile pena la fissazione nella posizione dell’oggetto “scarto”, incapace e dipendente.

Come convivere serenamente con la disabilità  

Chi è afflitto da un problema di salute invalidante, non può non constatare la propria diversità e l’effetto di emarginazione che essa comporta. A scuola tipicamente, ma poi, anche in ambienti più adulti, la questione si ripropone in una forma più sottile in tutte le età della vita. 

Quando ormai non è più l’altro ad escludere o a prendere in giro (cosa che purtroppo accade anche in certi contesti così detti evoluti) ormai è il soggetto stesso a percepire dolorosamente tutta la differenza che intercorre fra lui e gli altri.  Egli infatti si porta appresso un fardello pesante, la sua mente e la sua sensibilità sono state così a lungo esposte a tematiche impegnative da rendergli difficile se non impossibile farsi delle amicizie “leggere”. 

 Vivere la leggerezza, lasciarsi andare alla frivolezza, alla bellezza del rapporto interpersonale in quanto tale, senza aspettative di essere compresi è la sfida più difficile.

Il muro di rabbia inchioda all’odio invidioso verso chi è più fortunato (la situazione più temibile e più difficile da combattere) oppure  all’indifferenza un po’ cinica e individualistica dell’agonista che combatte in solitaria la sua personale  battaglia. 

In entrambe le condizioni un guscio di rigidità e di false sicurezze può ingabbiare, può dare quella malsana gratificazione compensatoria di sentirsi superiori e incompresi.  Mentre il grande assente è la gioia, ovvero la serenità di fondo che può irradiarsi anche dalla persona più sofferente e sfortunata.

Cosa permette il salto dall’ombra alla luce? Intanto questo passaggio ad una rinnovata vitalità non esclude mai il permanere della fatica e dell’esperienza del male, delle ricadute e dei momenti no. Ma la psiche di chi si tira fuori dalla palude dell’auto commiserazione e della rabbia si alleggerisce di un peso invisibile. Ovvero della convinzione d’esser condannati all’infelicità, in quanto non corrispondenti ai parametri della così detta “norma”. È quest’idea che uccide il senso di prospettiva e distoglie dai sapori e dai colori della vita, qui e ora, nella realtà ordinaria e banale.

Il disabile, di qualsiasi genere sia, ha bisogno di liberarsi dal pensare di essere già morto. Ciò che lo affligge non lo ha depauperato di tutto, anzi, i suoi talenti possono anche andare incontro ad un potenziamento innescato proprio dalla privazione.

Il problema da un certo punto in poi non è più lo sguardo discriminante dell’altro reale, ma il giudizio di quell’altro ideale che spesso chi patisce una condizione di handicap si porta nella testa, sabotando la possibilità di esprimersi autenticamente, di incontrare l’amore e di provare piacere.

Dunque il salto comporta in ogni caso  l’accoglienza dell’imperfezione (fattore che vale per tutti, anche per chi non ha difficoltà particolarmente vistose). 

Dirsi: bene, sono questo, non solo ma anche questo, nessuna via di fuga. 

Ciò si traduce operativamente nel potersi mostrare al mondo senza ostentazione ma anche senza l’angoscia di venire etichettati. Restando curiosi verso ciò che c’è fuori. Capendo che tutti gli esseri umani sono lesi, senza saperlo. Occupandosi, per quanto possibile, di ciò che fa sentire vivi.

Solitudine, Gestione della rabbia

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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