Depressione e traumi infantili

L’infanzia quasi sempre è il tempo in cui iniziano a depositarsi i germi di un malessere psichico che si svilupperà successivamente nella giovinezza e poi nell’età adulta. Spessissimo dietro ad una depressione forte si nasconde l’ombra di traumi infantili: maltrattamenti, violenze fisiche o verbali protratte, lutti, separazioni drammatiche. Eventi il cui superamento integrale sembra impossibile,  benché la mente si difenda largamente tramite meccanismi di difesa di rigidità variabile.

I meccanismi di difesa dai traumi infantili

Di regola più il trauma è stato forte, più l’oblio scende su di esso, salvando dalla disgregazione psichica ma al tempo stesso impedendo l’accesso al materiale patogeno e ad un suo possibile rimaneggiamento. Chi ricorda, almeno un po’, ha più chance di limitare i danni rispetto a colui che o non ricorda assolutamente nulla o, ahimè, in un lampo ricorda perfettamente tutto.

La rimozione è il meccanismo difensivo più duttile, perché mantiene un filtro pur lasciando passare molti contenuti verso la coscienza. Nell’alternanza di dimenticanza  e rimemorazione c’è già insita una sorta di trattamento dell’evento, di attribuzione di senso, di metabolizzazione che depotenzia parte della sua carica aggressiva.  

Mentre invece scindere la situazione urticante, relegarla in un angolo inaccessibile della psiche, può dar luogo a ritorni altrettanto devastanti perché la cosa in sé ricompare nuda e cruda, così come è stata, dolorosamente incomprensibile.

La depressione infantile

Molte manifestazioni depressive altro non sono se non l’effetto della riproposizione di questioni apparentemente lontane, in realtà sempre state lì, più o meno intatte, più o meno elaborate. Già durante la stessa infanzia un occhio attento può rilevare segni di sofferenza di natura depressiva. Essi però spesso passano inosservati.

Se le cause del malessere risiedono nella  famiglia, se sono i genitori gli agenti del maltrattamento, ciò significa che essi hanno abdicato al loro compito di proteggere l’infanzia. E chi può intervenire? La scuola e i servizi sociali quasi mai individuano le situazioni coperte da un’aura di normalità e rispettabilità.

I bambini vittime di violenze sono magari i figli di professionisti stimati, vanno bene a scuola, non danno problemi evidenti. Sono tristi, certo, introversi, hanno difficoltà a stringere amicizia con gli altri bambini ma ciò può in sé far supporre che a casa i genitori si accapiglino violentemente, coinvolgendo i figli nella loro spirale di violenza?

A volte poi certi traumi non implicano direttamente un genitore violento, ma magari assente, psicologicamente distante, a sua volta immerso nei propri problemi. Così un lutto, una separazione, una malattia possono acquisire lo statuto di traumi perché nessuno si prende la briga di metterci una parola che dia senso.

Nessuno cioè si rivela in grado di esprimere una vicinanza che aiuti il bambino a integrare turbolenze che non è ancora pronto a capire e gestire. Nella solitudine, nel vuoto di presenze “reali” così come nel pieno di presenze ostili e capricciose, egli si arrangia da solo, spesso chiudendosi in se stesso, coltivando sentimenti malinconici, sprofondando nell’inerzia, nella noia o iper sviluppando la fantasia a discapito del rapporto con la realtà. In tal modo finisce per perdere terreno in termini di adattamento e adeguatezza alle richieste ambientali, convincendosi erroneamente di essere intimamente “sbagliato”, di avere qualcosa che non va.

La depressione nell’adulto

Tale vissuto profondo sconfina poi dall’infanzia all’adolescenza, età della vita in cui sono possibili importanti ristrutturazioni, modificazioni e superamenti. L’adolescente può lasciarsi temporaneamente alle spalle certi blocchi ed inibizioni oppure può ricaderci alle prime delusioni e debacle relazionali o affettive.

La depressione adolescenziale, poi quella giovanile ed infine la depressione in età adulta si possono in molti casi collegare al risveglio delle ferite di vecchia data dell’infanzia, innescato principalmente da perdite, rifiuti e delusioni. Le situazioni dell’attualità hanno il potere di rimettere davanti agli occhi quel senso di pochezza ed evanescenza sperimentato da bambini, quando le giovani vittime di abusi o di trascuratezza venivano fagocitate dal senso di colpa, dalla percezione di meritarsi l’infelicità perché cattive, inadatte,  indegne di esistere.

I sintomi della depressione includono dunque non a caso la tristezza luttuosa, il rallentamento, la perdita di interessi, l’inerzia a tutto campo, la rimuginazione continua, il cinismo, il sentimento immotivato di colpa, il rifiuto dell’altro o al contrario un convulso appello (che suppone sospettosamente sempre la possibilità dell’abbandono e che può esitare in atteggiamenti manipolatori).

Avvolta dalla depressione la persona non si rapporta più all’altro reale, quello con cui ha a che fare nel quotidiano, perché proietta continuamente su di lui l’immagine di quell’altro primordiale che lo ha fatto soffrire, che lo ha umiliato o ignorato.

Tale rapporto resta dunque sotto scacco, oscillando tra domanda disperata d’amore e sentimenti rancorosi d’odio e di vendetta, tra possibilità di ricomposizione del trauma originario e convinzione disincantata che l’amore non esista e sia soltanto una chimera irraggiungibile. Il depresso, vittima di un passato complesso, facilmente si trasforma in un freddo manipolatore, convinto della necessità di dover essere risarcito dall’altro per ciò che ha dovuto subire nella vita.

Ed è proprio questa rabbia di fondo, mascherata dalla grande vulnerabilità di superficie, che è così difficile da trattare, perché parallelamente essa costituisce anche una risorsa, un segno di vitalità, un non arrendersi alla deriva annichilente degli affetti depressivi.

La terapia della depressione

Difficile per il depresso è cedere sull’odio, sulla rivendicazione astiosa, sui ricatti affettivi, nella misura in cui per lui hanno rappresentato delle vie di salvezza dalla completa disfatta emotiva, dei modi di affermazione di sé, delle compensazioni rispetto alla scarsa autostima. La violenza del depresso è la sua salvezza ma anche la sua condanna, perché lo inchioda alla solitudine, alla rottura seriale dei rapporti, al negativismo fosco e senza margini di sereno.

La terapia nella depressione ha sempre come mira ultima la rabbia. Mai pensare che la terapia sia finita quando il depresso si rianima. Il suo riprendersi sul piano energetico e della carica vitale coincide infatti quasi sempre con un rinvigorimento dell’odio, un  “incattivirsi” compensatorio di vissuti all’insegna del segno meno.

È a questo punto che inizia il vero lavoro analitico, e non è detto che sia indicato per tutti. Un grande successo (se la terapia prosegue) si ha quando la persona sofferente di queste dinamiche riesce a vederle nella loro interezza, a distaccarsi quasi fisicamente per un momento da esse. Non conta conoscerle sul piano astratto,  intellettuale, perché esso sottende comunque invariabilmente un “sì sì lo so, mi conosco ma io sono fatto così”.

Ciò che trasforma è una presa d’atto dal sapore  “depersonalizzante”, un vedersi riconoscendo se stessi nell’estraneo improvvisamente balzato agli occhi. Allora diventa gradatamente possibile rinunciare al vino velenoso ed inacidito bevuto per anni, avviarsi sulla strada del perdono e della riparazione, del lasciar andare per aprirsi alla bellezza ancora possibile.

Male oscuro

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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