Depressione: è solo una malattia?

Il paradosso dell’approccio moderno alla depressione, che la riconosce come una malattia da curare esclusivamente con i farmaci confidando nella possibilità della sua eradicazione completa, è la sua cronicizzazione. 

Dall’idea che la depressione sia una malattia scaturisce cioè la fissazione della condizione morbosa: più si tenta di sbarazzarsi dell’ospite sgradito più esso si attacca pertinacemente.

A cosa si deve questo ambiguo fenomeno? E come poterlo trattare altrimenti, una volta sganciatici dall’orizzonte della malattia? Per rispondere bisogna innanzitutto chiarire cosa sia la depressione al di là del classico elenco dei sintomi fornito dalla psichiatria. 

L’insensatezza

La qualità che più rappresenta l’affetto depressivo è l’insensatezza; nei racconti di coloro che soffrono di depressione ricorre incessantemente la figura della perdita di senso, dalla quale scaturiscono poi tutti i segni classici della malattia, la svogliatezza totale, la paralisi della volontà, l’umore a terra, l’impossibilità di dormire bene ecc..

La sensazione che la vita sia priva di senso inghiotte tutto e dà il là al circolo vizioso: perché darsi da fare, appassionarsi, lottare se tanto vivere è soltanto uno spettacolo farsesco e privo di scopo? 

Ora, come possiamo considerare come una malattia ciò che fa parte dell’esperienza comune? C’è qualcuno che può affermare di conoscere il senso della vita? 

L’incontro con l’insensatezza appartiene al cammino esistenziale dell’uomo; ad ogni tappa importante della  vita, esso si rinnova ed esige di essere preso in seria considerazione. 

La negazione della questione del senso a cui ci porta il sistema in cui siamo immersi, che illude con aspettative scintillanti di successo, ricchezza e benessere, acuisce il dramma della depressione, relegandola al rango di malattia.

Mentre in essa, in origine, c’è una constatazione non solo legittima, ma non confutabile: la vita, così come la conosciamo, non ha senso. Non ha senso secondo le categorie della ragione: che significa nascere, nutrirsi, crescere, amare, riprodursi, invecchiare, ammalarsi, morire? Qual è il fine di tutto ciò?

Confidando nella sola razionalità l’essere umano non ci arriva. Egli, quando si accorge della circolarità ripetitiva delle sue esperienze e comincia a chiedersi dove stia realmente andando nella vita, si ritrova imprigionato dentro ai limiti del suo sistema di pensiero, lo stesso che gli fa porre la questione nei termini del senso. 

Il depresso è allora qualcuno che ha fiducia solo nella ragione, non crede ad altro al di fuori di lei. Non trovando essa una spiegazione si convince che tale spiegazione semplicemente non esista e resta come accecato dalla sua lucidità.  

Così i suoi occhi non possono più  vedere, ovvero si chiudono alla contemplazione del mistero, al lasciarsi andare all’intuizione di qualcosa di immensamente più ricco e più grande rispetto al puro visibile. 

Salvezza per il depresso non c’è. Tutto si fa buio, i colori si spengono, la profondità si appiattisce, l’insignificanza avvolge ogni cosa. Si vorrebbe disperatamente continuare a sognare, a baloccarsi nel mondo perduto dell’inconsapevolezza e ogni tanto ciò riesce pure,  portando alla regressione a stati infantili maniacali che  instupidiscono e  rendono il successivo impatto con la realtà ancora più duro e angoscioso. 

Il cinismo disincantato, a cui si alterna un’imbarazzante tendenza negazionista che approda all’infantile, è una caratteristica di cui si tiene ancora troppo poco conto quando si approccia il tema della depressione.

Che fare?

Il depresso andrebbe dunque ascoltato piuttosto che riempito di medicine per riportarlo allo stordimento della normalità. Bisognerebbe mettere in valore questa sua visione di fatuità esistenziale – il che non significa condividerla – darle dignità, vederci il risveglio di una coscienza addormentata nella mediocrità del comfort. 

Bisogna cioè ridare alla depressione uno statuto di legittimità prima di metterla in discussione, considerarla come un moto dell’animo inevitabile e collegato alla condizione umana. Una vicenda con cui ciascuno si confronta prima o poi,  se non è completamente cementato nella stupidità.  C’è da diffidare di un curante che non l’abbia mai sperimentata in vita sua, così come c’è da aver paura di un terapeuta cronicamente depresso. 

Una volta stabilito che il sentimento depressivo  è normale  e legittimo ci si può chiedere quale sia il  vero nemico da combattere. Il peggiore è il compiacimento dell’essere depressi, ovvero l’identificazione alla maschera luttuosa della depressione. All’attaccamento al proprio essere depressi non c’è farmaco o psicoterapia che possano incidere, perché ogni terapia basa la sua efficacia su un atteggiamento di ricerca. 

Sarà cura del terapeuta scandagliare gli abissi insieme al suo paziente, e se troverà degli isolotti nel mare di desolazione provare a vedere quanto esso siano abitabili. A volte discutere non soltanto di mamma o papà, del capo o del partner frustrante in termini vittimistici e di torti subiti e accostarsi alla sottostante visione del mondo nichilista può fare molto. 

Intanto può aiutare sentirsi compresi nella sensazione di totale desertificazione tipica della depressione. E poi può altresì essere da stimolo incontrare la fiducia del curante, che tiene non per ingenuità ma nonostante lucidità e consapevolezza. C’è forse qualcosa che sfugge? Qualche ricchezza che non si vuole o non si riesce a vedere? E allora dal dubbio, dalla crepa nel sistema di pensiero che crede di aver ormai  capito tutto una risalita diventa realisticamente possibile. 

Male oscuro

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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