Affrontare la morte di una persona amata. Domande e risposte.

Cosa ci accade quando perdiamo una persona cara?

Dopo la morte di qualcuno che amiamo non sempre avvertiamo subito il dolore. Possono passare dei giorni o anche dei mesi prima che l’ondata di sofferenza ci travolga. Nei momenti immediatamente successivi alla perdita, in particolar modo se questa è improvvisa, siamo di fatto sotto shock.

Possiamo avvertire una gamma sfumata di sensazioni, che vanno da una lieve depersonalizzazione alla percezione che ciò che ci circonda sia irreale e privo di senso.

Le coordinate entro cui abitualmente ci muoviamo, la nostra routine, le nostre abitudini vengono sconvolte, tutto ciò che per noi fino a poco prima dell’evento aveva importanza e assorbiva le nostre energie ci appare di colpo inutile e fatuo. Potremmo accostare la morte di una persona cara ad un vero e proprio trauma, qualcosa che come una meteora si abbatte su di noi con una violenza tale da fratturare il senso di continuità sul quale si poggia la nostra esistenza quotidiana. Non si tratta di dolore ma di una forma di spaesamento, di stupore, che molti tengono a bada rifugiandosi nell’azione, nelle mille incombenze pratiche che di solito seguono la morte. Ma una volta finito tutto, cessate le varie attività, gli abbracci, le parole, il cordoglio di amici e parenti può improvvisamente tornare sotto forma di vuoto. Il dolore vero e proprio arriva allora con un po’ di ritardo rispetto all’evento di perdita e si associa al senso di mancanza. La persona che amiamo è scomparsa ma non è sparito con lei il nostro amore. Che quindi incontra l’assenza del suo oggetto, la pena del non poter vedere, non poter sentire, non poter stringere più…

Come si può reagire al dolore?

Non esiste un modo standard per fronteggiare la sofferenza, né è auspicabile che la reazione al dolore sia immediata. Purtroppo nella nostra società non c’è molto spazio per il tempo lungo del dolore: i diktat sociali impongono felicità e benessere. Spesso le persone cercano di adeguarsi alle aspettative sociali indossando una maschera di adeguatezza e negando la sofferenza. Noi psicoanalisti sosteniamo che il “lutto rapido”, ovvero il veloce ristabilimento dello stato di equilibrio precedente alla perdita, non sia mai un bene, perché impedisce alla nostra psiche di compiere fino in fondo il vero “lavoro” del lutto. Ricordare, piangere, parlare della persona scomparsa, raccogliersi in se stessi sono tutte modalità che il nostro inconscio mette in campo per elaborare ciò che è accaduto. Solo dopo aver ricordato, aver pianto possiamo dimenticare e asciugare le nostre lacrime. Solo dopo un tempo necessario per renderci conto dell’irreversibilità della morte possiamo essere nuovamente liberi di tornare ad amare e vivere. Negare tutto questo, accorciare i tempi per recuperare la vita di prima, buttarsi maniacalmente nel lavoro o in mille progetti rischia in realtà di allungare il tempo del lutto, di renderlo infinito poiché ciò che non affrontiamo, ciò che mettiamo sotto il tappeto, finisce sempre per tornare fuori, a volte anche sotto forma di veri e propri sintomi depressivi. Non sono rare le depressioni che seguono lutti non elaborati.

Come si deve comportare chi è vicino al qualcuno che ha subito una perdita?

Un partner, un familiare, un amico sono di solito le figure più vicine nel momento del lutto. Per loro non è sempre facile capire come comportarsi con il loro caro. Lo vedono diverso, sofferente, chiuso in se stesso. Per cercare di distoglierlo da uno stato che reputano negativo finiscono spesso per insistere affinchè parli, partecipi ad attività sociali, si occupi di qualcosa. Con l’effetto però di spingere troppo, di forzare l’altro prematuramente, non rispettando adeguatamente il suo diritto alla sofferenza. Queste reazioni sono di solito il frutto di una difficoltà sia a capire il meccanismo che scatta durante un lutto che a tollerare il dolore dell’altro, il suo non essere più l’uomo o la donna allegri e positivi di una volta. Stare accanto a qualcuno che soffre non è mai compito semplice, perché richiede la capacità autenticamente altruistica di sostare nel suo dolore, tollerarlo, accoglierlo senza precipitarsi a volerlo estirpare, curare a tutti i costi. “Esserci senza esserci” è la sfida in gioco: essere presenti, reperibili, disponibili all’ascolto se l’altro ha bisogno di parlare evitando di gravargli addosso con la nostra domanda di normalità.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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