Lutto e depressione: somiglianze e differenze

 

Uno stato luttuoso successivo ad una perdita, sia essa di una persona, di un lavoro o di una condizione esistenziale, spesso ad un occhio non esperto non appare distinguibile dalla depressione. In comune vi sono infatti alcune manifestazioni tipiche: un profondo e doloroso scoramento, una perdita di interesse per il mondo esterno e per la maggior parte delle attività quotidiane e un affievolimento della capacità di amare.

Ciò che non troviamo nel lutto sono gli autorimproveri, invece frequenti nella depressione vera e propria. In essa infatti notiamo un intenso sentimento di colpa, che si associa alla sensazione di non valere nulla, di essere miseri e derelitti.

A cosa serve il periodo di lutto? E perché è così doloroso, tanto da assomigliare alla prostrazione depressiva? Per la psicoanalisi esso ha la funzione di un vero e proprio lavoro psichico di elaborazione della perdita, di realizzazione piena della sua irreversibilità. Quando siamo confrontati con la morte di una persona cara, nonostante ci rendiamo ben conto razionalmente dell'accaduto, non siamo immediatamente in grado di cancellare l'attaccamento emotivo che ci legava a lei. Un investimento affettivo intenso permane a lungo, pertanto la nostra mente ha bisogno di tempo per metabolizzare la ferita a livello profondo. Il distacco dalla realtà, la percezione acuta del dolore, il pensiero fisso sui ricordi che riguardano la persona amata costituiscono una temporanea interruzione della normalità, una parentesi di auto cura in un certo senso, prima che la realtà torni a prendere il sopravvento e si sia di nuovo liberi di amare.

Anche alla base di una depressione clinica e' possibile rinvenire la perdita. Con una differenza però: se nel lutto il soggetto sofferente sa cosa ha perso, nella depressione invece manca questo tipo di consapevolezza. Inoltre, come dicevamo, il depresso mostra uno straordinario avvilimento del sentimento di se'. Si descrive come indegno, incapace, moralmente spregevole. Si rimprovera e si aspetta di essere punito e respinto da tutti, come in una sorta di delirio di inferiorità. Spesso compaiono insonnia e rifiuto di nutrirsi. Questa condizione appare assimilabile a una sorta di perdita di se stessi:qualcosa è cambiato, non si è più come prima. Il proprio Io non si trova più e al suo posto appare una specie di zombie, un guscio vuoto.

Secondo le teorizzazioni freudiane questa perdita di se stessi che sfocia nell'autodistruzione altro non è che il riflesso della perdita di un oggetto d'amore. Spesso infatti i rimproveri che il depresso si infligge non si addicono molto al suo modo di essere, ma si adattano perfettamente a un'altra persona, oggetto di una delusione d'amore. Tutto ciò che di negativo viene detto a proposito di se stessi in realtà e'rivolto a qualcun altro! Davanti alla perdita dell'amore, invece che imbastire un lavoro del lutto che sfoci nell'accettazione della nuova realtà dei fatti e nella possibilità di tornare ad amare altre persone, il melanconico nel tentativo estremo di trattenere con se' l'amato si identifica a lui!

Sotto questa luce la depressione appare come un rifiuto del lavoro del lutto, una ribellione, un attaccamento ostinato che da' luogo ad una identificazione con l'oggetto perduto. L'aggressività verso se stessi e' l'aggressività che sarebbe rivolta contro colui che ha abbandonato, che non c'è più. Spesso si tratta di relazioni connotate da una forte ambivalenza, odio e amore sono le basi altalenanti del rapporto. Non solo. Di frequente sono amori così detti narcisistici, in cui cioè non si ama tanto l'altro per quello che è ma per quanto la sua persona si rivela in grado di dare. In ultima analisi un sostegno narcisistico che fornisce ciò che manca (bellezza, fascino, sicurezza, intelligenza ecc...). Al centro domina l'ideale, il gioco di specchi, l'indifferenziazione. E con la rottura hanno luogo vere e proprie emorragie di stima di se' è di senso della vita.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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