Cedere alla depressione, la via più facile

Lo psicoanalista francese Jacques Lacan sosteneva che la depressione in molti casi, quelli più comuni e meno gravi, fosse la conseguenza di una sorta di " viltà morale", legata alla fatica di sostenere la vitalità del proprio desiderio più intimo.

In quest'ottica essa appare un comodo rifugio, una culla in cui sprofondare in una dimensione di lamento e di ottundimento mentale che, riducendo a zero la capacità d'azione, libera dal difficile compito di vivere. E regala un godimento ben preciso e difficile da estirpare, quello della larva nel suo bozzolo, del ripiegamento autistico su se stessi. Il legame con l'Altro, con il mondo, con il sociale viene completamente tagliato fuori e con esso tutte le turbolenze che ne derivano, dolori e gioie incluse. Si arriva alla paralisi più completa e inaridente.

Per il depresso nulla ha senso, nulla vale veramente la pena. Anche lo sforzo di dire appare inutile, la parola si spegne, si svuota, il suo potere decade. La scena del mondo si riduce a puro teatro di vanità mentre la vita appare un'aspra lotta fine a se stessa, il cui unico esito certo rimane la morte. Perché darsi tanto da fare per realizzare desideri, aspirazioni, se tutto è comunque destinato a perire? Perché credere nell'amore, nell'amicizia, nel legame se al fondo l'essere umano e' egoista e capriccioso? A cosa attaccarsi se la precarietà avvolge ogni cosa?

La spietata lucidità di chi cade nel baratro della depressione non può però essere addotta come causa del malessere. Essa la possiamo ritrovare anche in chi non si ammala. Si può infatti essere consci della propria finitezza e di tutti i limiti umani citati senza per questo deprimersi permanentemente. Non è neppure detto che i non depressi siano illuminati dal dono della fede o che non abbiano mai incontrato gravi difficoltà.

Dunque si può scegliere di giocare la partita della vita pur avendo una chiara visione della sua precarietà, essendo privi del conforto della fede e avendo sperimentato più volte sulla propria carne la sua ferocia. Naturalmente i momenti di dolore, scoraggiamento e fatica arrivano ma non esitano mai nella paralisi totale. Alla caduta segue il rialzarsi, al dolore la quiete, alla disperazione la speranza, alla delusione il riprovarci ancora. Ciò che fa la differenza con la depressione e' questa alternanza di alti e bassi che si traduce nel complesso in un movimento propulsivo indistruttibile. Come quello determinato dalla forza dell'acqua che respinge a galla un corpo caduto a fondo.

Da dove nasce questa forza di reazione? Perché qualcuno ce l'ha e qualcun altro no? Da una parte potremmo chiamare in causa fattori costituzionali. Esistono indubbiamente fibre più o meno forti. C'è una quota di vulnerabilità "genetica" per così dire. Ma su questa si installano poi altri fattori, e sono quelli a fare la differenza. In psicoanalisi riteniamo che siano le prime esperienze di vita a determinare quella che sarà la capacità di tollerare la frustrazione di un adulto. Ma se tutto non è determinato dalla biologia si può fare qualcosa per migliorare anche da grandi, c'è scampo.

Chi, nonostante le avversità, non soccombe a stati depressivi e continua a custodire dentro di se' la fiamma vitale, chi non indietreggia, non è vile, non si rifugia nel buco inerziale dello spegnimento e' sceso profondamente a patti con la propria e altrui limitatezza, con la fragilità umana. E l'ha integrata come parte inestirpabile di se', che non ne riassume tutto l'essere, non lo colora monocromaticamente ma ne costituisce un aspetto importante e non schivabile. Quando la delusione, il dolore, l'inciampo, il fallimento, la solitudine inevitabilmente fanno irruzione nel tran tran dei giorni, ecco che non vengono ne' rigettati nella spazzatura ne' esasperati. Ma viene dato loro spazio, vengono accolti con la rassegnazione con cui si da ospitalità a un ospite un po' ingombrante ma che si sa che ripartirà. Alle nubi seguirà il sereno, non sarà sempre pioggia. Dunque avanti!

Il miraggio contemporaneo di un'esistenza onnipotente, senza affanni, senza castrazioni, all'insegna di un benessere illimitato, rende purtroppo ai nostri giorni ancor più difficile venire a patti con la lesione che tocca tutti quanti. Esponendo così maggiormente al rischio di depressione, ovvero al rifiuto di fare fatica, alla "viltà morale", all'aspettativa irrealistica di una felicità senza macchie, l'attesa di una perfezione che non esiste.

La gioia, quella autentica, trova sempre come contrappeso una fatica. Assecondare questo dinamismo, non opporsi al divenire di tutte le cose e' la strategia che inconsapevolmente molti utilizzano per non venir travolti dall'onda, al pari di nuotatori abbandonati al fluire dell'acqua.

 

Cerca nel sito

Seguimi su

Articoli più letti

Depressione lucida o inconsapevole?

L’affetto depressivo tendenzialmente mal si concilia con l’esercizio della parola, inteso quest’ultimo come possibilità di espressione ed elaborazione di questioni relative a verità soggettive. La depressione blocca la parola sia nella sua dimensione di ponte nei confronti dell’Altro, sia nella sua potenzialità dinamica di scoperta del nuovo.

Depressione: due effetti opposti

L'effetto più noto e conosciuto della depressione é senz'altro un'importante paralisi di ogni spinta vitale. Il depresso annega lentamente in uno stagno di immobilismo assoluto, che lo rende incapace di muoversi e di portare avanti qualsiasi scelta.

Il complesso della madre morta parte due: particolarità del transfert

La figura della madre morta di Andrè Green la ritroviamo in molti quadri clinici caratterizzati da un clima depressivo di superficie che sottende una ferita antica in relazione alla persona della madre. 

Depressione e femminilità

L’esperienza clinica ci insegna come la depressione colpisca maggiormente il sesso femminile. E’ infatti accertata una maggiore vulnerabilità della donna nei confronti dell’affetto depressivo. Ma perché? Cosa la predispone a scivolare più facilmente rispetto all’uomo nella tristezza e nell’apatia?

Il complesso della “madre morta”: prima parte

In “Narcisismo di vita, narcisismo di morte”, testo di Andrè Green pubblicato nel 1983, troviamo una descrizione approfondita della figura della così detta “madre morta”, frutto delle riflessioni dell’autore intorno a quei pazienti nevrotici  le cui analisi (anziché dare centralità ai sintomi nevrotici) girano sostanzialmente intorno alla depressione e alle tematiche narcisistiche connesse.

Elogio della malinconia

C’è una differenza enorme fra la melanconia clinica e tutto ciò che definiamo genericamente come malinconia. Così come non possiamo ridurre la malinconia come stato d’animo alla depressione patologica, benché condivida con essa alcune caratteristiche.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

Via della Moscova 40/6 • 20121 Milano
N. iscr. Albo Ordine degli Psicologi 03/8181 • Partita Iva 07679690961

Note legali

Gli articoli, i post, i pensieri in versi e tutti i contenuti testuali originali presenti sul sito sono di esclusiva proprietà della dott.ssa Sibilla Ulivi, ed è vietato copiarli o distribuirli.
Vedi le Note legali.