La depressione: i benefici della parola

Il discorso contemporaneo, nonostante parli molto di depressione, non la ama per nulla. La considera un deficit, una malattia, qualcosa da estirpare e togliere di mezzo il più velocemente possibile. La medicalizza. Ora, se esistono certamente forme la cui gravità non fa venire nessun dubbio sull' opportunità di un intervento terapeutico diretto e mirato ad un loro alleggerimento, la maggior parte dei casi trattati attraverso la mera via farmacologica in realtà ha migliori possibilità di riuscita con un approccio che integra l'uso della parola.

La cultura in cui viviamo ci propone un malcelato imperativo al successo e all'ottimismo a tutti i costi, a cui i sempre più diffusi stati di tristezza e smarrimento sembrano proprio costituire una conseguenza diretta. Da una parte indicano il fallimento nella competitività e nella conquista, sottolineando il divario esistente tra il soggetto e l'ideale di uomo forte che dovrebbe incarnare e a cui non riesce a stare al passo. Dall'altra paiono oscuramente rivendicare l'irriducibilità dell'essere umano ad una cieca macchina performante. Attraverso la paralisi, il rifiuto, la caduta, l'ostinazione a farsi del male, a perseverare in comportamenti autodistruttivi vengono rappresentate non solo la fragilità umana, ma anche la sua complessità rispetto ad una vagheggiata quanto ingenua e rassicurante linearità.

Dunque un lavoro terapeutico ispirato dalla psicoanalisi si pone in controtendenza rispetto alla spinta dominante verso il ristabilimento rapido e senza scarti dell'efficacia perduta. Ad un terapeuta analiticamente orientato non interessa una guarigione "di facciata", non si aspetta che i suoi pazienti tornino a scuola come bravi bambini. Non comanda di "andare avanti", di "tirarsi su", di "darsi una mossa".

Piuttosto porge l'orecchio là dove sorgono degli autentici interrogativi, delle domande che hanno a che vedere con ciò che davvero causa sofferenza nel soggetto. Dal suo punto di vista ciò che conta è l'apertura ad una dimensione intima, inconscia, che racchiude la questione sul proprio desiderio. " Chi sono, cosa voglio" è il cuore della faccenda, la vera posta in gioco, il punto di scaturigine e di futura risoluzione dell' empasse. Che nulla ha a che fare con le attese della società, con ciò che al senso comune può apparire come il " bene". La misura della felicità è sempre personale, riporta invariabilmente ad una dimensione di scelta soggettiva, anche contro o al di là dei diktat sociali.

Nella cura della depressione questo passaggio è complicato dalla difficoltà a mettersi in relazione e a parlare tipica del depresso. A volte la chiusura e l'azzeramento di energia vitale che lo tengono prigioniero possono essere di tale portata da determinare una sfiducia proprio nei confronti delle leve nelle mani del terapeuta, la parola e la relazione. "A che serve parlare" , " tanto non cambia niente" sono alcune delle espressioni tipiche con cui spesso esordisce nei primi colloqui. Un aspetto classico della depressione è questo crogiolarsi nella sofferenza, questo rifiuto a dire, a lasciare andare, a rinunciare ai guadagni, agli invisibili tornaconti che assicura.

Grazie però alla tolleranza dei silenzi, alla pazienza, all'accoglienza non giudicante o a un felice atto di chi conduce la cura possono avvenire dei movimenti che nel tempo conducono chi soffre quanto meno a lamentarsi e a esprimere il proprio disagio. Da lì può accadere in maniera del tutto imprevedibile, per alcuni per lo meno, un passaggio verso un'interrogazione, una faglia nel muro di sterile autocompiacimento, un cedere sulle posizioni difensive per andare a cercare la propria verità.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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