Le invisibili catene della depressione

L'umore depresso si associa sempre alla percezione di un'impotenza, al venir meno della fiducia nella possibilità di un cambiamento, alla sensazione di trovarsi "incastrati" e di non avere via di uscita. Esistono situazioni che effettivamente per loro natura evocano tali vissuti: la morte di una persona cara, una malattia invalidante, una violenza subita.

Esse confrontano con l'impossibilità di tornare indietro, di riavere nel reale ciò che prima c'era. E dunque fanno sperimentare un dolore psichico molto intenso, che nel tempo può stemperarsi e lasciare il posto ad un rinnovato slancio vitale, oppure cronicizzarsi in una vera e propria depressione.

Tuttavia, una buona parte di coloro che presentano affetti depressivi non è toccata direttamente da eventi drammatici. Certo, si possono rintracciare delle precise congiunture di scatenamento, ma esse non hanno una portata traumatica tale da giustificare di per sè un atteggiamento luttuoso.

La causa di queste depressioni non è quindi da ricercare nella realtà, ma nel modo con cui essa viene letta e filtrata, nel significato cioè che le viene attribuito, sempre diverso da persona a persona e influenzabile da fattori che hanno a che fare con la storia personale di ciascuno. Certe situazioni, anche facilmente risolvibili a partire da un semplice "esame di realtà", possono invece mandare in crisi perché hanno il potere di far risuonare vecchie questioni rimaste irrisolte e far venire a galla fantasmi mai del tutto attraversati.

Allora la perdita di un lavoro, uno screzio con un amico, una rottura sentimentale ma anche il perdurare stesso di situazioni insoddisfacenti (come un lavoro che non piace o una relazione di coppia ormai logora) possono innescare profondi stati di prostrazione, che impediscono qualsiasi possibilità di reazione, in un circolo vizioso di progressivo infiacchimento di ogni iniziativa e di svuotamento della vita affettiva e relazionale.

Tale scenario è inoltre aggravato dal fatto che la chiusura depressiva assicura paradossalmente dei vantaggi, dei tornaconti a livello inconscio che la rendono ancor più inerziale. La paralisi infatti protegge da molti rischi, è comoda ma inchioda fatalmente

Frequentemente, quando le persone chiedono aiuto, sono invischiate da anni in queste spirali impoverenti. Arrivano a domandare quando qualcosa precipita, quando cioè l'equilibrio patologico e inaridente su cui si erano assestate improvvisamente crolla. La richiesta di sostegno appare allora giá di per sè potenzialmente curativa, perché si associa all'irruzione di un elemento vitale. Il soggetto non ce la fa più, vuole stare meglio, rompere il guscio che lo stritola.

La posta in gioco di una terapia sarà allora la trasformazione di questo slancio (che di per sè potrebbe essere anche solo un fuco fatuo), in qualcosa di più solido. Il terapeuta non può togliere la depressione, non può trovare nessuna soluzione magica alle empasse che tengono stretti. Ma può aiutare chi soffre a capire come e perché si è scivolati in certe trappole, in un clima di fiducia dato da una relazione transferale viva.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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