Depressione: due effetti opposti

L'effetto più noto e conosciuto della depressione é senz'altro un'importante paralisi di ogni spinta vitale. Il depresso annega lentamente in uno stagno di immobilismo assoluto, che lo rende incapace di muoversi e di portare avanti qualsiasi scelta.

Avendo perso ogni sicurezza e stima nei confronti di se stesso, non riesce a contare sulla propria capacità di giudizio per poter prendere decisioni che abbiano un impatto rilevante sulla sua vita.  Così si trova impedito nell'assumersi la responsabilità di compiere dei passi decisivi, capaci di influenzare il suo destino. Tutto è rinviato al domani, mentre i giorni e poi gli anni scorrono inesorabilmente uguali a loro stessi.

Ciò che risulta inibito in queste circostanze è dunque il passaggio dal pensiero all'azione. Il pensare cioè non sfocia mai nella messa a fuoco chiara e lucida di un'esigenza personale, di un intimo e realistico desiderio. Non dà luogo ad una certezza rispetto a ciò che va davvero bene per se stessi (con conseguente restrizione delle altre possibilità) ma si perde nell'indecisione. Le alternative sono tutte altrettanto valide o tutto è di colpo da scartare perché considerato inutile e privo di attrattiva, con conseguente blocco sul piano del fare.    

Ma, nel corso di una depressione, osserviamo altrettanto frequentemente una serie di comportamenti solo apparentemente opposti all'indecisione cronica. Si tratta di agiti impulsivi, che hanno il carattere dell'urgenza, della fretta, dell'immediatezza, spia di un bisogno perentorio di scaricare un'angoscia e un dolore non gestibili con altri mezzi, quelli dell'elaborazione mentale. Esempi tipici sono improvvisi cambiamenti di partner o di lavoro, partenze, progetti maniacali, tentativi di suicidio. 

In tutti i casi si tratta di un modo patologico di spezzare l'immobilismo tipico dello stato depressivo in cui ci si trova imprigionati con il ricorso al fare. Questo uso del fare però non è frutto di un autentico processo decisionale da cui scaturisce una scelta ben ponderata e consapevole anche dei rischi, non deriva da un cambiamento intimo e profondo (che comporta sempre tempo) ma hanno il carattere del salto nel buio, nella speranza che le cose si sistemino da sole una volta mutato lo scenario. Ciò che viene scelto non corrisponde realmente a quello che si vuole davvero, ma ne è solo l'immagine, il simulacro, la proiezione idealizzante. 

Una persona afflitta da depressione solo raramente soffre per via delle circostanze esterne che la circondano, c'è un vissuto antico, che affonda le sue radici nel passato. Dunque non è attraverso il cambiamento di ciò che c'è fuori (il partner, il lavoro ecc...) che si può pensare di trattarla e di risolverla. È come scambiare l'effetto per la causa. 

Certi cambiamenti avvengono di solito dopo che alcuni nodi critici sono stati visti e sciolti attraverso un lavoro di elaborazione personale, mai standardizzato ed uguale per tutti. Altrimenti i problemi da cui si fugge, erroneamente identificati nel reale in una persona o in un lavoro, finiscono per inseguire ovunque e con chiunque si stia andando, qualsiasi cosa si stia facendo. 
 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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