Depressione: perché è così difficile trattarla oggi?

Tutti i clinici lo sanno, la depressione è il sintomo più diffuso e più camaleontico della contemporaneità. Se nessuno può dirsi completamente immune da affetti depressivi, data la natura strutturalmente lesa dell'uomo, è pur vero che oggi essi sembrano accompagnare moltissimi soggetti nel loro quotidiano, alternandosi, anche più volte in un breve lasso di tempo, a transitori momenti di euforia

Le persone sembrano perennemente oscillare fra il polo del dramma esistenziale, "nulla vale la pena, ho sbagliato tutto, non valgo nulla", e quello della spensieratezza senza ombre, disarmante nella sua ingenuità e nella sua totale assenza di prospettiva.

Il problema dei disturbi dell'umore dei nostri tempi sembra essere strettamente connesso ad una difficoltà dell'esercizio della facoltà critica, del guardare le cose dall'alto con un minimo di prospettiva. Tutto si gioca nel qui ed ora, come se non ci fosse uno storico, un passato da cui trarre degli insegnamenti su se stessi e sulla vita. Non c'è in gioco, salvo in casi sempre più rari, il tormento legato ad un sentimento di incompiutezza della propria esistenza. Non si tratta di una tristezza connessa ad un'impasse nella realizzazione del proprio desiderio, del tipo "vorrei ardentemente a e mi ritrovo sistematicamente alle prese con b". Queste situazioni infatti, seppur frustranti, hanno sullo sfondo una vitalità, perduta per rinuncia, per senso di inadeguatezza, per conformismo ma comunque in filigrana tangibile. Qualcosa che viene perso infatti si può recuperare, rianimare, risvegliare. Ma cosa si fa quando anche l'orizzonte del "vorrei" dell'"avrei tanto voluto" è perduto? Quando cioè manca la dimensione dell'attitudine, dell'inclinazione, del sogno finito nel dimenticatoio?

Il deficit sembra riguardare la stessa possibilità di esserci autenticamente, la presenza di spirito, il pensiero. L'appiattimento colpisce innanzitutto lo sviluppo di una soggettività vera, ancorata a se stessa, a dei valori, a dei tratti identificatori, a un qualche minimo stile. Osserviamo così persone "perse", sconnesse da se stesse, alla deriva, incapaci di descriversi, di dare un nome ad un'aspirazione o alla stessa sofferenza che li affligge. Le relazioni sono perennemente conflittuali, non nel senso della divergenza di opinioni e vedute, ma in quello più desolante dell'incomunicabilità. La scarsa capacità di rappresentazione di sé è anche seria difficoltà di cogliere l'altro, non per via di indebite idealizzazioni, ma per pura mancanza di strumenti di codifica. Così la sensazione dominante è quella di un'imperscrutabilità perenne dell'altro, dell'amico, del compagno, per far fronte alla quale si ricorre ad etichette, fragili e passibili di scollarsi ad ogni incontro.

Il mondo si tinge dunque di tonalità cupe, nella misura in cui viene meno un saldo riferimento alla propria capacità critica, alla propria lettura autonoma ed indipendente degli accadimenti. Ogni minima frustrazione evoca fantasmi di inefficacia e fa affiorare un senso di vuoto che risucchia il soggetto in un vortice di non senso. La caduta nel baratro è sempre dietro l'angolo, come un pericolo senza nome, una notte senza luci. La difesa è il rifugio in comportamenti massificati, in un'ebbrezza temporanea e fittizia. Lo shopping, un certo abuso di sostanze, persino il sesso sono modi per trattare l'umore, per sentire qualcosa, per sentire che va tutto ok, che si è ok.

Tale deficit rappresentazionale così tipico dell'epoca moderna viene ascritto dai ricercatori in ambito psicoanalitico ad un indebolimento della figura normativa paterna. La debolezza di principi si traduce in debolezza di pensiero. Vengono a mancare gli strumenti per dare senso e inquadrare la realtà. Il risultato è lo spaesamento, il fluttuare in uno spazio senza confini dove tutto sembra possibile e dove le minacce appaiono imprevedibili ed enigmatiche.

Come trattare tutto ciò? Come maneggiare questo tipo di depressione senza incorrere in clamorose debacle, senza apparire cioè dei dinosauri che parlano una lingua straniera, affascinante ma incomprensibile? Come agganciare alla cura il soggetto allo sbando, privo perfino degli strumenti per comunicare efficacemente con il curante? Come inventarsi una lingua comune? Come gettare un ponte per costruire un universo condiviso di significati?

Chiara Oggionni, una stimatissima collega da poco scomparsa, suggeriva di tenere aperto il canale comunicativo tramite una parola "interlocutoria", che potesse seguire, accompagnare il paziente durante l'intero corso dell'incontro terapeutico. Non il silenzio dell'ascolto ma la costruzione di un discorso, inizialmente privato con l'analista, in seconda battuta esportabile per poter un minimo orientare, far luce nell'oscurità del mondo.

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