La depressione: un affetto molto umano

In psicoanalisi parliamo più di affetto depressivo che di depressione. La depressione è un affetto perché è intimamente legata al nostro sentire, alla sua gamma di tonalità e sfumature.A rigore dunque non è una malattia ma una possibilità strettamente connessa alla natura umana.

Certo, può finire con l’incistarsi, fino a ridurre le nostre possibilità espressive ad un’unica tinta opaca. Dominando tutta la nostra vita psichica. Impedendo qualsiasi possibilità di vivere, osare, andare avanti.

Non esiste dunque una sola depressione. Varia di intensità, da un leggero sottofondo malinconico a un senso di totale disperazione. Ma varia anche nella durata, può essere intermittente, passeggera o accompagnare incessantemente le nostre giornate.

Vi sono poi soggetti più predisposti a viverla, magari in virtù delle loro prime esperienze di vita. Tuttavia non interessa soltanto una specifica categoria di persone. La sua specificità è quella, pur con le citate differenze di intensità e di durata, di riguardare tutti. Tutti, prima o poi, la incontrano.

Incontriamo la depressione perché siamo strutturalmente fragili, limitati. Freud parlava di Hilflosichkeit, che tradotto in italiano significa “mancanza di aiuto”, inermità. Per il padre della psicoanalisi questa era la condizione nella quale l’uomo veniva al mondo. Solo e senza scuse. Gettato.

La depressione è allora legata allo stato di solitudine radicale dell’essere umano. Che i legami umani possono alleviare, curare ma non eliminare del tutto.

A questo punto si capisce bene perché la depressione si manifesta soprattutto come conseguenza delle perdite. Perdere una persona cara significa vivere di nuovo la sensazione di smarrimento e di insufficienza che la sua presenza teneva lontano. Quando siamo amati, quando viviamo il conforto del legame il senso di solitudine esistenziale, di essere una povera cosa sembra non esistere più. Al suo posto c’è il valore che abbiamo per l’Altro.

Anche perdere un lavoro, una posizione sociale, la salute per via di una malattia ingenerano lo stesso meccanismo. La ferita primordiale si riapre. E una sensazione di insensatezza rischia di trascinarci via.

Nelle grandi città, come ad esempio Milano, questo fenomeno è amplificato per via della precarietà dei legami e dell’esposizione conseguente alla solitudine. Uno psicologo a Milano può allora fare molto, riflettere su questi temi ha un potere terapeutico fortissimo. Spinge verso l’integrazione ed accettazione della nostra vera natura, quella autentica. Aiuta a capire cosa ci succede quando la depressione bussa alla nostra porta. Rendendola così un po’ più tollerabile.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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