Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

L'inventore della psicoanalisi ne era profondamente convinto: la poesia coglie con immediatezza stati dell'animo che la ragione descrive, circonda col pensiero senza tuttavia afferrarne il cuore pulsante.

In effetti le finezze, le sfumature di un verso agganciano e nascondono sempre la dialettica fra Amore e Morte, fra Eros e Thanatos. Esse costituivano agli occhi di Freud le pulsioni  fondanti tutta la condotta umana. Aveva intuito il loro essere profondamente intrecciate, il loro compenetrarsi l'una nell'altra.

Per Freud la psicopatologia dei disturbi dell'umore e di alcune forme di nevrosi poteva essere ricondotta in ultima analisi ad un "disimpasto pulsionale" , ossia al predominio di una pulsione per così dire "pura", sganciata, non più  mitigata dall'intersezione con la pulsione opposta. La tragedia si dà quando tale disimpasto dura più del dovuto, è permanente, duraturo. Non solo attimi, che percepiamo tutti. Non frammenti d'estasi, momenti di bellezza, di gioia in cui la vita zampilla cristallina. E nemmeno quelli spilli di dolore, quelle tristezze transitorie quanto inevitabili frutto della presentificazione della morte nei nostri automatismi quotidiani.

La malattia dell'anima è legata a ben altro. Alla separazione prolungata e senza comunicazione fra le pulsioni. Vita senza morte significa mania, pulsionalità acefala, dispersiva, caotica. Accelerazione, frenesia bruciante e allucinata. Se una quota di mortificazione è necessaria per regolare, ordinare, dare forma alla forza, è vero anche il contrario: ci vuole un limite anche al rigore, al controllo, alla lucidità cinica e spietata. Pena una depressione infinita, una disperazione senza fondo, senza argini, senza speranza, senza Altro.

Con un altro linguaggio diceva la stessa cosa anche Lacan. Quando il nodo che lega il registro dell'immaginario con quello del simbolico e del reale si disfa sono guai. Se scivola via dal nodo il registro del simbolico, inteso come necessaria mortificazione della vita, è il caos della vita senza freni. Ma se sono l'immaginario o il reale a fare difetto, allora prevale tristemente la desertificazione dell'intelletto e dell'ideale soggiogante.

Una modalità di approccio alla poesia è quella di vederla come  una traduzione in immagini del dinamismo pulsionale che anima e sconvolge l'uomo. Allora leggiamo poesie che riflettono magistralmente l'intreccio di vita e morte, tutta la gamma delle emozioni danzanti in precario equilibrio.

Oppure ne apprezziamo altre che mostrano gli effetti sconvolgenti dello sfilacciarsi del nodo. Una di queste è la famosa poesia di Cesare Pavese "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", esempio perfetto di cosa accade quando la pulsione di morte guadagna e domina incontrastata la scena interiore. È la depressione melanconica, la disperazione senza vie d'uscita.

In questi casi scrivere testimonia ancora un barlume di vita, purtroppo spesso (come nel caso di Pavese) precedente il silenzio del completo distacco, del passaggio all'atto suicidario.

"Verrà la morte": il poeta usa il futuro perché, pur essendo ancora in vita, percepisce già dentro di sè il deserto, lo sente allargarsi a macchia d'olio. "E avrà i tuoi occhi". La morte colonizza lo sguardo del poeta, lo rende cieco, sensibile solo al nero. Il venir meno del potere vivificante dell'immagine e dello sguardo è in effetti una caratteristica costante della depressione. Ogni riconoscimento viene meno, si spegne ogni empatia.

Così come sono tratti invariabilmente connessi alla melanconia quelli messi in luce nei versi "questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda, come un vecchio rimorso o un vizio assurdo". Toglie il sonno la depressione, la ruminazione si fa infinita, "sorda", ripiegata autisticamente  in se stessa come "un vizio assurdo", impedendo ogni abbandono al presente. Un "vecchio rimorso" condensa in un lampo il guardarsi indietro del depresso, oppresso dai rimpianti, da ciò che avrebbe potuto essere e non è stato, un passato cristallizzato in un fermo immagine stritolante.

"I tuoi occhi saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio". Lo sguardo opaco che nulla più apprezza nel reale è della stessa sostanza della parola prosciugata della sua capacità di dire. È il collasso dell'immaginario e del simbolico. A che pro dire, gridare, comunicare? Chi ascolta se l'Altro viene smascherato nella sua inesistenza? "Su te sola ti pieghi nello specchio" rinforza il concetto: lo specchio si fa opaco, l'immagine non viene più riflessa, perché non c'è nessuno che la riconosca. L'Altro è ridotto ad uno spettatore cinico e indifferente, mentre l'identità del soggetto si sfalda perché estraniata dalla dialettica del riconoscimento.

"O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla".  È cara la speranza, è amata dal poeta come si ama un'illusione, un partner immaginario e ideale, qualcosa che però non esiste. Vivere è illudersi, illudersi nell'esistenza dell'Altro. "Per tutti la morte ha uno sguardo": nessuno sfugge alla cieca infondatezza della propria esistenza.

"Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso". La morte assume dunque un volto diverso da quello della "morte in vita", appare una condizione desiderabile, paradossalmente più vitale della vita. Il "vizio assurdo" della vita priva di senso, l'enigmatico, fine  a se stesso e doloroso godimento di esistere si interrompe. Qualcosa finalmente si scrive. Un volto riappare nello specchio, "un viso morto" . Così come finalmente si può ascoltare, "un labbro chiuso".

La morte nella melanconia è vagheggiata in quanto restituisce l'identità. Ma non quella persa, non la parola viva, semplicemente lo statuto di essere morto, identificato, adeso, incollato a quello che Freud chiamava l'oggetto perduto. Ecco la vera verità occultata dalla menzogna della vita. Siamo tutti morti. "Scenderemo nel gorgo muti".

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi,
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese

 

Tags: Male oscuro, Poesia e psicoanalisi

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