La psicosi maniaco depressiva e il tempo: una lettura fenomenologica

Eugene Minkowski, medico e studioso appassionato di filosofia, è oggi considerato (assieme all'amico Biswanger) il principale esponente della psichiatria fenomenologica del Novecento.

Egli integra nella sua teorizzazione e pratica psichiatrica concetti derivanti dalla fenomenologia di Husserl e dalla filosofia di Bergson. La prima si interessa dello studio e della descrizione dei fenomeni di cui si compone la vita (senza lasciarsi limitare nella ricerca da nessuna premessa), la seconda contrappone l'intuizione all'intelligenza, il vivente al morto, il tempo allo spazio.

Perché la fenomenologia

Secondo Minkowski queste due correnti influenzano il pensiero contemporaneo perché rispondono a un bisogno reale e profondo del nostro essere: riprendere contatto con una dimensione del tempo sottratta dal progresso della scienza e della tecnica, recuperare un rapporto con la vita e con quanto di essa permane di naturale e primitivo.

Lungi dall'idealizzare un passato mitico che non esiste più o dal banalizzare la questione appiattendola sulla mera ricerca di un  tempo supplementare da dedicare agli svaghi, l'orizzonte di questi studi è ben più ampio: come imparare a vivere,  ad attingere liberamente e spontaneamente dal tempo?

Il problema del tempo, benché astratto, diventa così un problema vivo, personale, che tocca tutti, anche la dimensione della psicopatologia.

Temporalità e analisi esistenziale

Il patologico, mostrando come il fenomeno del tempo (e sotto alcuni aspetti anche quello dello spazio) si situi e si organizzi in modo diverso nella coscienza malata rispetto a quella per così dire "sana", rivela delle caratteristiche che di solito ci sfuggono rispetto al rapporto che intratteniamo normalmente con la temporalità.

Per cogliere la sfasatura del malato in rapporto al tempo, lo psichiatra che pratica l'analisi esistenziale, non si limita ad osservare il paziente come un oggetto per etichettarne i sintomi, ma vive  con, mescola la propria esistenza con quella  dell'altro in un vero e proprio incontro. Il metodo è intuitivo: entrare nell'altro, partecipare, usare il proprio psichismo per comprendere chi si ha di fronte, la sua personalità vivente, il suo modo di essere nel tempo e nello spazio.

La sindrome mentale non è solo un'associazione di sintomi ma l'espressione di una modificazione profonda dell'intera personalità umana, un'anomalia che si lega all'esistenza, all'essere "qui ed ora", in un "tempo vissuto" dentro determinate coordinate spazio temporali.

Qual è allora secondo Minkowski  l'orizzonte temporale in cui si muove il depresso?  E nell'eccitamento maniacale cosa accade? Come si traduce l'alterazione nella percezione del tempo? Melanconia e mania sono infatti unite da un dispiegamento del tempo psichico profondamente alterato.

Depressione melanconica

Nel saggio "Il tempo vissuto"  Minkowski  mette in risalto la differenza fra due componenti del tempo "vissuto", il tempo "immanente" e il tempo "transitivo". Il primo è il tempo dell'io, ovvero la percezione soggettiva del tempo. Il secondo è invece il tempo del mondo, ovvero il cammino del tempo che abbiamo in comune con gli altri esseri umani.

Queste due componenti del tempo nella "normalità" si trovano in accordo, in armonia, anche se occasionalmente può esserci  fra loro disaccordo. A volte il tempo dell'io va più in fretta del tempo del mondo, la sensazione è che il tempo scorra velocemente e ci si senta allegri. Altre invece il tempo dell'io sembra ritardare su quello del mondo: il tempo si fa eterno, siamo tristi e annoiati.

Nella depressione endogena il contrasto tra queste due modalità si accentua enormemente. Il tempo immanente, quello cioè dell'io, rallenta fino ad arrestarsi. Ne deriva la perdita dell'orientamento verso l'avvenire, tipico della salute psichica, inteso come un rivolgersi verso situazioni nuove, nonostante quella presente non si trovi completamente liquidata dal punto di vista oggettivo. È la vita che normalmente spinge in avanti, che costringe ad avanzare. Quando il tempo dell'io rallenta si perde la capacità di liquidare il presente, che in questo modo si trova ad ingombrare tutto il campo psichico.

Da ciò derivano i frequenti fenomeni ossessivi del depresso, le ruminazioni, le idee fisse, che rispecchiano l'impossibilità di avanzare e nello stesso tempo di liquidare il presente. Anche l'angoscia legata all'idea della morte trova qui un fondamento: la morte appare come una scorciatoia per assurdamente aggirare il presente irrisolvibile e poter ricominciare così da capo.

Ma se l'inibizione aumenta di intensità, così che il tempo dell'io si arresti del tutto, lo psichismo cade sotto il dominio assoluto del passato. Il sintomo è il deliro melanconico: la certezza di una catastrofe imminente, le idee di rovina e di colpa. Esso esprime sempre fatti determinatisi nel passato, dai quali si sente di non avere più alcuna via di scampo.

Eccitamento maniacale

Il maniaco in preda all'eccitamento, contrariamente allo schizofrenico eccitato, resta in contatto con la realtà, resta capace di "sintonia". Egli addirittura sembra assorbirla con avidità questa realtà, ma il suo è solo un contatto istantaneo. Manca cioè la durata vissuta, la capacità di penetrazione, la profondità in rapporto agli eventi.

Minkowski sostiene che al maniaco manchi il dispiegarsi nel tempo: egli vive solo nell'adesso e nell'adesso si limitano tutti i suoi contatti con l'ambiente, le cose e le persone. Contatti superficiali dunque, da cui derivano trastulli sempre variabili e mutevoli da un momento all'altro.

Esiste dunque un'identità strutturale della mania e della malinconia, data cioè non semplicemente dalla contrapposizione di un'allegria malata come trattamento di un'altrettanto morbosa tristezza, ma da una comune "subduzione" nel tempo della vita mentale.

Tags: Sindrome maniaco depressiva

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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