Elogio della malinconia

C’è una differenza enorme fra la melanconia clinica e tutto ciò che definiamo genericamente come malinconia. Così come non possiamo ridurre la malinconia come stato d’animo alla depressione patologica, benché condivida con essa alcune caratteristiche. Nel linguaggio comune i termini sono spesso usati come sinonimi, ingenerando confusioni e riduzionismi. 

A cosa rimanda dunque il termine malinconia? Perché non è un affetto sostanzialmente negativo, benché apparentemente simile  all’umor depresso? Quali sono le ricchezze della malinconia?

 Cos’è la malinconia 

 Malinconia deriva da melancholia (bile nera), uno dei quattro umori che per la medicina greca (Ippocrate) davano luogo ai diversi caratteri a seconda delle loro combinazioni. Già ai tempi di Aristotele  il melanconico non era semplicemente un temperamento impotente e passivo, ma al contrario capace di grande irrequietezza e di atti molto forti. Da qui la ripresa del termine da parte della psichiatria classica per indicare le sindromi maniaco depressive, in cui a stati di agitazione convulsa seguono periodi di rallentamenti  e di stasi ai limiti della paralisi.

 La malinconia perciò, pur non coincidendo con la melanconia clinica, deve alle sue origini etimologiche una certa accezione negativa, che la apparenta al patologico. Essa tuttavia in sè non ha nulla di malato. Se certamente comporta  uno stato di tristezza sfumata (per certi versi non privo di una sorta di compiacimento), non esita nella disperazione e nel nichilismo. Non costituisce cioè un inciampo alla vita, un’impasse, un cortocircuito nel flusso vitale che opprime ed impedisce di stare attivamente nel mondo.

La persona malinconica avverte in sè una mancanza, non nel senso della nostalgia di qualcosa o di qualcuno in particolare. Qualcosa manca, ma questo qualcosa non ha necessariamente una concretezza specifica. Così il sentimento di mancanza, pur portando con sè un alone inevitabilmente doloroso,  innesca parallelamente  una ricerca, ancora una volta non di un oggetto.  Si tratta di un percorso tutto interiore, che amplia i confini della conoscenza di sè e del mondo, che  spinge verso la curiosità, l’approfondimento, la non sazietà rispetto al già dato, al già saputo, all’ovvio.

Il potenziale creativo 

 Si capisce allora come la malinconia possa essere  generatrice, possa configurarsi come  fonte di raffinamento interiore e di atti non meramente procedurali, strumentali o consumistici. La potremmo paragonare ad uno stato  contemplativo, concentrato, assorto, venato di suggestioni, affetti ed associazioni che eventualmente esiteranno in un atto creativo. 

 Va da sè il suo allacciarsi ad una quota di solitudine, all’interruzione parziale  del contatto  con l’altro. Anche qui essa si discosta dalla depressione nella misura in cui siamo lontani dall’isolamento o dal rifiuto radicale della relazione. Il distacco è temporaneo, intermittente, mai totale. L’affetto malinconico è compatibile perfino con il dialogo profondo con il simile, in cui si attinge dal proprio mondo per poi condividerne pensieri ed impressioni. 

 Lasciar fluire 

Affinché la malinconia  si canalizzi e si trasformi in ispirazione, qualsiasi essa sia, è necessario  che non le si sbarri la via, che la si lasci fluire, che la si accolga. Allora alla frenesia del giorno seguono momenti che troppo spesso sono sbrigativamente definiti come mero “down” umorale.

Lo svuotamento dopo una performance, il senso di inutilità dopo un successo o una lunga fatica, la tristezza conseguente ad uno smacco o ad una delusione, la semplice noia o il tarlo della sconfitta  rischiano troppo spesso di sfociare nella percezione di un vuoto senza senso se non vengono pienamente accettati e interrogati nella loro vera natura. 

 Purtroppo la tendenza dominante ai nostri giorni è quella di voler abolire a tutti i costi qualsiasi sentimento che si discosti dall’euforia e dal trionfo, facendo precipitare in una sorta di discarica emotiva tutto il resto. È l’evitamento forzato di ogni flessione verso il basso del tono dell’umore  che fa degenerare un potenzialmente interessante sentimento di mancanza, portatore magari  di una qualche verità,  facendolo affondare in un vuoto insopportabile ed innominabile. 

Il rimuginare sterilmente e ossessivamente piuttosto che i ben noti comportamenti compulsivi tipici della nostra società (spendere danaro, abusare di sostanze, rincorrere lo sballo e l’ottundimento emotivo)  sono le più frequenti conseguenze del tentare di schivare l’appuntamento inevitabile con la stasi, con la mancanza, con la battuta d’arresto, con le piccole o grandi insoddisfazioni che ci portiamo dentro. 

La pratica psicoterapeutica 

 La stessa pratica psicoterapeutica la potremmo paragonare ad un momento in cui si lascia correre a briglie sciolte la propria malinconia. In cui finalmente la si mette in forma e, ascoltandola, le si riconosce una dignità di esistenza.

 Uno strano, insolito piacere misto a punte di dolore si connette alle  sedute  quando esse si trasformano  in lucida ammissione di verità tenute a bada.

 Non si tratta in questi casi  del godimento narcisistico dato dal parlare di sè. Non c’è finzione, palcoscenico che si prolunga anche nella stanza d’analisi. E non siamo nemmeno nel territorio del pensiero che si avvita su di sè, che sembra elaborare qualcosa e che invece intricando la matassa tenta soltanto una via per evitare l’incontro con i nodi irrisolti.

 Quando si presentifica  tale miscuglio di leggerezza e tristezza siamo di fronte all’affetto della malinconia  che,  riconosciuto, trovata  una via di dirsi, comincia a  riallacciare alle profondità di sè e alle potenzialità  di cambiamento nascoste in ognuno di noi.

Tags: Male oscuro, Sindrome maniaco depressiva

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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