La depressione: come la modernità ne agevola la diffusione

La depressione è un fenomeno incontestabilmente in aumento ai giorni nostri. Ma perché? Che cosa nella modernità ne favorisce lo sviluppo? La società in cui viviamo è dominata dal culto della performance e del successo individuale. Dal mito della perfezione e della immortalità dell’uomo.

Nella nostra cultura bisogna essere sempre brillanti, entusiasti, attivi, giovani, forti. E per realizzare ciò si devono possedere determinati oggetti, nell’illusione che possano finalmente renderci più attraenti. In una riconcorsa senza fine.

In un contesto del genere non c'è dunque spazio per il fallimento. Per la perdita, per la caduta. Il sistema in cui siamo immersi isola chi non ce la fa ad adeguarsi ai suoi standard. Chi mostra una mancanza, una fragilità. La stessa esperienza della morte non trova più uno spazio riconosciuto. Va negata, esclusa. Il funerale va eseguito velocemente, furtivamente, per non intralciare il traffico. Il lutto poi deve essere rapido: niente abiti neri e tristi, bisogna dimenticare il prima possibile, uscire, divertirsi.

Così ai giorni nostri ogni esperienza che introduce un limite al narcisismo individuale viene ignorata. La morte costituisce sicuramente ciò che massimamente ci confronta con la nostra limitatezza. Ma vi sono anche altre esperienze che, senza arrivare all’annullamento totale e definitivo della morte, portano a contatto con i nostri limiti. Tipicamente la scoperta di una malattia, la perdita di un lavoro, una rottura sentimentale costituiscono tutte delle offese al nostro narcisismo. Intorpiditi dall’atmosfera di confort e di benessere da cui siamo circondati, non siamo più in grado di sopportare lo scacco, il dolore, la frustrazione. Allora, anziché provare a elaborare ciò che ci accade guardando in faccia il problema, facciamo finta di nulla, ricorriamo ad un comodo meccanismo di difesa: la negazione. Ma la psicoanalisi ci insegna come l’esperienza del dolore, negata, torni in forma sintomatica.

Ed è proprio qui che paradossalmente siamo più esposti agli attacchi della depressione. Il nostro Io ferito, rifiutandosi di ammettere e di integrare come proprio lo scacco, si irrigidisce ancor di più. E’ così che si formano i primi sintomi della depressione, come ad esempio l’autoisolamento. Ci isoliamo perché tentiamo di preservare un'immagine di noi stessi non intaccata dall'insuccesso. Infatti, se ci allontaniamo dagli altri, possiamo evitare quel confronto che, come uno specchio, potrebbe rimetterci di fronte ad i nostri limiti. Inoltre, la chiusura nel nostro mondo, ci permette di coltivare in segreto un senso di superiorità impermeabile al confronto con la realtà.

Questa maniera patologica di compensare la ferita narcisistica subita, se nell'immediato ci protegge,  arriva  nel lungo ad ingabbiarci in una prigione da cui non riusciamo più ad uscire. Quando siamo depressi ci lamentiamo della solitudine, quella stessa che però siamo noi a cercare per evitare di confrontarci con le umiliazioni subite!

Un primo passo per venirne fuori appare dunque la presa d'atto dell'esistenza di questo meccanismo paradossale. Allora non siamo soltanto vittime ma da un certo punto in poi anche i carnefici! Quando soffriamo, sembra strano dirlo, troviamo un tornaconto dal nostro atteggiamento sintomatico.

Senza il riconoscimento di questo e dunque senza un nostro coinvolgimento attivo, non può esservi alcuna terapia efficace. La terapia della depressione si avvia solo nel momento in cui vediamo la nostra responsabilità nel mantenere la sofferenza di cui ci lamentiamo.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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