Il complesso della “madre morta”: prima parte

In “Narcisismo di vita, narcisismo di morte”, testo di Andrè Green pubblicato nel 1983, troviamo una descrizione approfondita della figura della così detta “madre morta”, frutto delle riflessioni dell’autore intorno a quei pazienti nevrotici  le cui analisi (anziché dare centralità ai sintomi nevrotici) girano sostanzialmente intorno alla depressione e alle tematiche narcisistiche connesse.

I sintomi di cui questi soggetti si lamentano  quando si presentano per la prima volta da un analista sono essenzialmente di tipo depressivo, si accompagnano il più delle volte ad uno scacco nella vita affettiva e lavorativa, connesso al senso di impotenza ad amare e a trarre profitto dalle proprie doti. I sintomi nevrotici sono presenti, tuttavia hanno un valore secondario rispetto a tale dolore psichico, che assume  frequentemente la caratteristica  del crollo, della caduta vertiginosa in una sorta di buco nero.

La madre morta

In tali storie cliniche Green rintraccia invariabilmente la presenza di una depressione infantile, spesso mascherata e non del tutto presente alla memoria cosciente del paziente. Essa non si determina a causa della perdita reale di una figura significativa, piuttosto si genera in presenza di tale figura (per Green la madre) che però è indisponibile perché assorbita da un lutto.

In altri termini nell’infanzia di questi soggetti la madre per una ragione o per l’altra si è depressa (congiuntura tipica è l’aborto o la morte di un altro figlio), perdendo interesse per il bambino. Quest’ultimo si trova così confrontato con un cambiamento brusco, repentino, a tutti gli effetti traumatico.

Se fino a quel momento la relazione con la madre era ricca e felice e il bambino si sentiva amato, improvvisamente questa felicità originaria viene persa. Oltre alla perdita di amore, che andrà a cristallizzarsi in un “nucleo freddo” del suo psichismo (e marchio indelebile sugli investimenti erotici e amorosi del soggetto adulto) il piccolo percepisce pure una perdita di senso, nella misura in cui non dispone di nessuna spiegazione di ciò che è avvenuto. Essa verrà compensata tramite spiegazioni egocentriche (la mamma è triste per colpa mia) o volte ad attribuire la responsabilità dell’infelicità materna al padre. 

Disinvestimento e identificazione

La prima reazione infantile di fronte all’atteggiamento assente della madre è quella della “riparazione”, ovvero del tentativo di coinvolgerla e di risvegliarla con le proprie attenzioni. Ma essa è destinata allo scacco, per cui il sentimento di impotenza angosciosa prende il sopravvento.
A questo punto intervengono quelle che Green rintraccia come difese tipiche di questi futuri pazienti.

La prima di difesa consiste in un doppio movimento: disinvestimento dell’oggetto materno ed identificazione inconscia con la madre morta.

Da una parte cioè si genera un “disinvestimento”, ovvero un ritiro massiccio dalla figura della madre  delle rappresentazioni di madre amorevole. In ciò non c’è odio, nessuna distruttività. Si scava però una sorta di “buco” nella trama delle relazioni d’oggetto con la madre. Non tutta la relazione viene meno, ma qualcosa si perde, si cancella, manca.

Il secondo movimento tenta di riequilibrare il buco e di gettare un ponte verso la madre. Per ristabilire un’unione con lei il bambino si identifica, secondo una modalità simpatetica, con il dolore della madre, diventando egli stesso la madre morta.

Nelle relazioni adulte il soggetto ripeterà l’antica difesa, da una parte mettendo attivamente in opera il disinvestimento di un partner considerato in procinto di deludere, dall’altra percependosi vuoto e depresso.  

Perdita di senso, odio secondario, autoerotismo e coazione a pensare

La seconda difesa di fronte all’insensatezza della depressione materna consiste nel rivolgere la colpa prima verso di sè ed infine all’esterno, tipicamente sulla figura del padre, dando luogo ad un Edipo precoce, anzitempo.

Parallelamente si  scatena un odio secondario, cioè non primitivo,  che fomenta desideri di vendetta.

La sessualità si configura sostanzialmente come autoerotica, dominata dalla ricerca di un piacere sensuale puro, un piacere d’organo senza tenerezza che si accompagna ad una reticenza ad amare. Ciò Green lo legge come una matrice possibile dei sintomi isterici di dissociazione precoce fra corpo e psiche, fra sensualità e tenerezza e blocco della capacità di amore.

Infine l’attività mentale si sviluppa in maniera coatta (sia sul lato del pensiero che dell’immaginazione) per cercare di superare la confusione e la perdita di senso ingenerata dalla mancanza della disponibilità affettiva e mentale della madre.

Tale “Io bucato” spesso riesce a dare  forma a creazioni artistiche  o a produzioni intellettuali molto ricche. Ma invariabilmente nei soggetti adulti queste sublimazioni mostreranno la loro incapacità a esercitare un’azione equilibratrice dell’economia psichica, perché il soggetto resterà vulnerabile nella vita affettiva.

In maniera intermittente le acquisizioni sublimate (imparentate con l’amore e con l’affettività  sana) si ritroveranno bloccate dal riemergere della figura della madre morta. Il soggetto infatti non dispone delle cariche necessarie per l’instaurarsi  di una relazione oggettuale durevole e per un progressivo impegno in un coinvolgimento personale profondo che richiede la cura per l’altro

I limiti dell’analisi

Per molto tempo l’analisi di questi pazienti è stata condotta esaminando i conflitti classici: l’Edipo, le fissazioni pregenitali, anali e orali. La rimozione della sessualità infantile e dell’aggressività è stata interpretata senza sosta.

Tuttavia, anche quando il paziente verifica dei progressi e si proclama soddisfatto,  all’analista resta il dubbio di qualcosa che non torna. Infatti, frequentemente, tutto questo lavoro psicoanalitico rimane esposto al rischio di crolli spettacolari, dove tutto appare ancora come il primo giorno.

Come lavorare allora con questi soggetti? Green mostra come il silenzio protratto in seduta possa reintrodurre qualcosa della morte, dunque andrebbe evitato, così come andrebbero evitate le interpretazioni sistematiche della distruttività.

Al contrario esprime simpatia per l’approccio di Winnicott sull’uso dell’oggetto così come ne parla in “Gioco e realtà”:  “il principio è che è  il paziente e solo il paziente a possedere le risposte, noi possiamo o meno renderlo capace di avere un senso globale di quello che si sa o di diventare consapevole con accettazione”.

Tags: Male oscuro, Disagio contemporaneo

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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