Ripartire dopo scelte sbagliate

Come riprendere in mano la propria vita a seguito delle conseguenze nefaste di scelte sbagliate? Come non soccombere alla tentazione di rifugiarsi nel diniego della realtà o nella disperazione? Come non sommare altri errori a quelli già fatti? In altre parole: come arrestare l' "effetto domino" di negatività spesso innescato da un atto impulsivo?

Nel corso dell'esistenza ad un certo punto può accadere che si tenti di risolvere questioni problematiche rimaste irrisolte attraverso degli agiti di natura impulsiva.

Ad esempio una donna che vive numerose relazioni sentimentali frustranti può improvvisamente decidere di sposare un uomo che non ama e non conosce bene, per cercare di sottrarsi alla sofferenza che prova sistematicamente ogni volta che si innamora. Oppure un uomo molto in gamba sul lavoro ma estremamente insicuro rispetto alle proprie capacità può licenziarsi in tronco apparentemente senza motivo, in realtà mosso dall'urgenza di trovare sollievo alla sua angoscia.

In entrambi i casi citati abbiamo in primo piano un'azione che cerca frettolosamente di porre rimedio nella realtà a ciò che non funziona nell'interiorità del soggetto. Questo scivolamento sul piano reale di una questione di natura simbolica, questo blackout del pensiero, questa cecità transitoria comportano purtroppo delle conseguenze negative. La persona si trova catapultata in situazioni che non rispecchiano i suoi veri desideri. Se non si ferma a riflettere rischia di andare avanti nel collezionare una serie infinita di atti impulsivi che cercano gli uni di arginare gli altri, finendo per mettere seriamente a rischio la propria stabilità.

Un buon punto di partenza per arginare tale spirale distruttiva è senz'altro la consapevolezza. I primi barlumi di presa di coscienza dell'errore commesso, spesso a monte rispetto ad una sfilza di situazioni concatenate le une alle altre, vanno assecondati, anziché scacciati. L'effetto di tale attivazione del pensiero e revisione critica di se stessi è però sempre estremamente doloroso. Si può venire travolti dalla consapevolezza, ci si può sentire schiacciati, messi in scacco. Ci si può sentire finiti. A molti può capitare di cedere alla tentazione di fuggire, da soli manca la forza per sopportare il peso della lucidità.

È a questo punto allora che una psicoterapia può essere estremamente utile, perché si tratta di un esercizio del pensiero in cui non si è da soli. Il terapeuta non può risolvere direttamente il problema ma può sostenere nel processo doloroso di messa a fuoco e di elaborazione di quelle cause invisibili che hanno portato verso soluzioni inadeguate. Si tratta di un vero e proprio lavoro di elaborazione del lutto. Al termine del quale non si può fare altro che accettare ciò che è stato, senza però rassegnarsi ad un futuro di disgrazie.

La visione nitida della cause alla base di una guerra estremamente distruttiva non la può rendere non avvenuta. Ma può permettere di ricostruire a partire dalle macerie, con la fiducia in nuove modalità di soluzione dei problemi.

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Esistono infatti un narcisismo "sano" ed uno "malato". Il primo non è altro che amor proprio, coscienza di sè, rispetto e cura per se stessi. È, freudianamente parlando, un equilibrato investimento libidico sull'io, necessario alla vita. Freud parlava di un "narcisismo primario" del piccolo dell'uomo, necessariamente chiuso nel suo guscio per sopravvivere e svilupparsi, avvolto in un bozzolo di bisogni e di indifferenza rispetto al mondo esterno.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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