Esistere o sentirsi reali?

Sentirsi "reali" è più che semplicemente esistere. Significa parlare, muoversi, rapportarsi ed agire a partire da un accordo profondo con se stessi. Vuol dire conoscenza ed accettazione del proprio tratto singolare, accoglienza ed abbandono verso ciò che si è. Senza svalutazioni severe o sciocche vanità.

Senza cioè preoccupazione rispetto alla propria immagine, che tanto comunque non è nostra, ci sfugge sempre e non ci rappresenta mai una volta per tutte, dipendendo dall'infinita varietà di gusti ed opinioni degli altri. I quali, come specchi, riflettono le più disparate immagini di noi, mai veritiere perché inestricabilmente connesse ai fantasmi di chi le crea.

La spontaneità del divenire se stessi implica allora un oblio dell'Altro? È possibile sottrarsi completamente alle sue aspettative, non essere più soggetti a condizionamenti di sorta? Esistono sicuramente nella vita sociale delle regole e delle convenzioni non scritte che limitano la libera espressione di tutto ciò che ci passa per la mente. Ma fedeltà a se stessi non significa affatto perdita totale di freni inibitori. Quelli ci sono e restano, rivestono una funzione importante, fanno parte del nostro essere civilizzati. Non si può non fare i conti con l'esistenza della cultura in cui siamo immersi, con i limiti che impone ai nostri impulsi.

La vitalità che deriva da un contatto con il nostro vero sè ci porta però ad essere più liberi rispetto al mondo dell'immagine. Non tanto perché ci spinge verso delle eccentricità, in quel caso saremmo dei ribelli, dei provocatori. Quanto perché, pur dentro alle regole e in situazioni convenzionali, ci permette di lasciarci andare, di riversare all'esterno le nostre ricchezze con umiltà e di mostrare simpaticamente i nostri difetti. Senza cercare per prima cosa di ottenere approvazione.

È falso pensare che le maschere sociali di successo molto spesso esibite negli ambienti lavorativi o sociali suscitino nel prossimo vera simpatia, vera approvazione. Chi è se stesso sicuramente andrà incontro a reazioni vere nell'altro, non solo quelle della gamma positiva. Potrà anche suscitare diffidenza, ostilità. Ma ciò non è in sè un problema, perché le opinioni delle persone cambiano, così come cambiano le immagini riflesse a seconda della luce.

Inoltre un'accettazione serena di se stessi comporta correlativamente una grande umanità verso i limiti degli altri. Libera da rabbia e rancori, fa uscire dalla trappola dell'aggressivtà, sempre conseguenza di un eccesso di aspettative nutrite verso l'altro. Sentirsi "reali" spinge dunque naturalmente ad approcciare il proprio simile con gentilezza, con apertura, con curiosità. Porta cioè ad avvicinarsi alla "realtà" dell'altro, più che alla sua immagine, spazzando via pregiudizi e distorsioni.

Una psicoterapia ben riuscita, a di là delle risoluzioni dei sintomi, ha sempre come esito l'accrescimento della centratura in se stessi. Porta cioè alla luce il vero sè, tramite uno scambio relazionale protratto nel tempo all'interno di un contesto assolutamente fuori dal comune, privo di giudizi, aspettative, condizionamenti. In cui si può finalmente DIRE, dire una parola autentica. È l'incontro con la propria verità a produrre effetti di verità in tutta la dimensione esistenziale. Che piano piano si riaccende di colori, passando dalla mera esistenza passiva alla pienezza del vivere.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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