La giovinezza nella contemporaneità: parla Alain Badiou

Alain Badiou, uno dei massimi filosofi viventi, con il suo "La vera vita. Appello alla corruzione dei giovani" ci regala un'originale lettura della condizione giovanile nella contemporaneità.

Partendo dal pensiero di Socrate e dalla poetica di Rimbaud, chiarisce il contributo della filosofia nel parlare autenticamente ai giovani. Delinea inoltre una contraddizione che attraversa intimamente  ogni giovinezza in quanto tale, collocandola poi precisamente nell'attualità grazie ad un'analisi storica delle modificazioni socio economiche a cui è andata incontro la civiltà moderna. Ne deriva un quadro fosco, poco rassicurante, tuttavia nello stesso tempo pieno di fiducia verso le potenzialità trasformative delle nuove generazioni. 

I nemici interiori della giovinezza 

 La "vera vita", espressione di Rimbaud, è secondo Badiou il vero anelito del giovane e al contempo il tema di fondo della filosofia. Il filosofo, sulla scia di Socrate, è colui che "corrompe" il giovane,  perchè gli conferma che esiste una dimensione dell'esistenza irriducibile e superiore al piacere, al danaro e al potere. Essa è precisamente la "vera vita", la vita che vale davvero, la vita creativa, piena di senso e di desiderio, da opporre alla "falsa vita", ridotta alla pura e semplice soddisfazione delle pulsioni immediate. Corrompere la gioventù significa allora  ottenere che non segua passivamente dei sentieri già tracciati, che non debba solo obbedire ai costumi imperanti ma possa davvero inventare qualcosa.

Tuttavia, nonostante la tensione verso la vera vita, la giovinezza è  intrinsecamente lacerata, attraversata da una contraddizione tra due forze opposte, ciascuna delle quali minaccia di allontanarla dal suo potenziale generativo. Si tratta da una parte della passione per la vita immediata, per il piacere, per l'istante, dall'altra della concentrazione a senso unico sulla riuscita, sull'idea di trovare un posto al sole nell'ordine sociale esistente.

La vita immediata è una vita appesa alla dimensione del qui ed ora, una vita in cui il futuro è invisibile o del tutto oscuro. Si tratta secondo Badiou di una forma di nichilismo, nella misura in cui l'esistenza così concepita perde di un senso solido, unificato, smembrandosi in un tempo ritagliato in istanti più o meno buoni. Utilizzando un linguaggio freudiano si potrebbe dire che la pulsione di morte afferra la vita e la decompone, la strappa al suo significato possibile. È il registro della soddisfazione immediata, del godimento che brucia tutto di cui parla Jacques Lacan. I giovani inevitabilmente attraversano questa esperienza vivente della morte interiore, che la filosofia non mira a negare ma a superare.

Sul versante apparentemente opposto si colloca la passione per la costruzione ragionata, per il "principio di realtà",  per il dovere, per la riuscita, per il successo o l'idea di diventare ricchi. È il regime del progetto ben costruito, della conquista di una pozione sociale, del mestiere redditizio, della famiglia tranquilla. Esso, sganciato dalla soggettività singolare, comporta una sottomissione radicale all'ordine vigente, una forma di culto conservatore del potere esistente.

Bruciare o costruire, consumarsi nell'intensità o edificare la vita pietra su pietra all'insegna del conformismo sono due virtualità secondo il filosofo sempre presenti nel semplice fatto di essere giovani, di dover cominciare ad orientare la propria esistenza. Ecco perché i giudizi sulla giovinezza sono così contrastanti: momento meraviglioso o  percorso terribile, doloroso, contraddittorio? 

Davvero una giovinezza più libera oggi? 

Badiou si chiede come si collochino i giovani di oggi all'interno di tale contraddizione. Parte dalla concezione ampiamente condivisa che nella contemporaneità essi siano più liberi sia di bruciare che di costruire la loro esistenza. Nel mondo occidentale la giovinezza è senz'altro più libera, anche solo rispetto ad una sessantina di anni fa, sostanzialmente per tre motivazioni: la non sottomissione ad una rigida iniziazione (il servizio militare per i maschi e il matrimonio per le fanciulle), il giovanilismo imperante che valorizza l'essere giovani come il bene supremo e le minori differenze interne fra i giovani, fra la minoranza che studia e la massa destinata al lavoro.

Ma si tratta di vera libertà o piuttosto di una "libertà negativa"? È così una fortuna essere giovani oggi? In primo luogo, il fatto che non ci sia più un'iniziazione, ovvero uno spartiacque netto fra gioventù e vita adulta, espone i giovani ad un'adolescenza infinita e dunque all'impossibilità di trattare le passioni, di regolarle. Il collasso delle barriere simboliche fra il fatto di essere giovani e quello di essere adulti consegna i primi ad un'erranza, ad una mancanza di frontiere e di limiti che amplifica la spinta a bruciarsi o al contrario a cercare riparo nella chiusura del conformismo più alienante.

In seconda battuta il giovanilismo che svalorizza la vecchiaia e mitizza la condizione di esser giovani, non giova ai giovani stessi, nella misura in cui li priva di punti di rifermento saldi, fieri della saggezza e della superiorità intrinseche al divenire adulti e infine vecchi. Se gli adulti si aggrappano alla giovinezza volendo restar giovani a tutti i costi, come possono incarnare un esempio di vera vita? Tutto si appiattisce nell'ebbrezza della sensazione o nel possesso di beni di consumo e di potere.

Infine, se le differenze interne fra gioventù borghese e gioventù popolare sembrano non esistere più perché tutti studiano, altre differenze si sono approfondite. All'interno di una gioventù apparentemente unificata si aprono abissi: di provenienza, di identità, di comportamenti, di residenza, di religione...

Dunque la fine irrimediabile del mondo della tradizione apre sì ad una libertà, ma essa pone dei problemi, perché è una libertà che consiste solo nell'assenza di divieti, una libertà  consumista e consacrata alla variabilità delle mode e delle opinioni. Essa non stabilisce alcun orientamento verso una nuova idea di vera vita, ma propone solo la falsa vita del godimento fine a se stesso o della concorrenza senza valori. È questa la vera crisi, al di là di quella economica: la difficoltà che la gioventù incontra nel situarsi nel mondo.

La simbolizzazione tradizionale, che poggiava solidamente su una struttura d'ordine gerarchica che distribuiva le posizioni, con l'avvento della modernità viene spazzata via mentre al suo posto non si propone alcuna simbolizzazione attiva ma solo una violenta costrizione sotto il giogo brutale dell'economia.

La libertà creatrice e il nuovo mondo a venire

In questo scenario Badiou invoca la necessità di recuperare la dimensione di una possibile libertà affermativa, creatrice e non puramente negativa e nichilista. Non si tratta di invocare un ritorno alla simbolizzazione tradizionale e gerarchica, cosa che ai nostri giorni sta purtroppo dando luogo a fenomeni di  estremismo di fatto collusivi con gli interessi dei grandi gruppi di potere. L'uscita dalla tradizione è inevitabile, per il filosofo non bisogna guardare indietro ma lavorare all'invenzione di una nuova simbolizzazione, una simbolizzazione egualitaria che valorizzi la soggettività, riduca le disuguaglianze  e promuova il riconoscimento delle differenze.

Per costruire questo nuovo mondo è necessario che i giovani colgano ciò che Badiou chiama il "potere della partenza", la capacità di viaggio, di esilio che contrappone sia al godimento nichilistico che al ripiegamento difensivo sull'adeguamento allo status quo. Quando nella vita accade qualcosa di veramente importante è sempre come una partenza, uno sradicamento, uno spossessamento delle certezze. Certo, ciò implica necessariamente uno smarrimento, ma esso può essere superato con la fiducia che ci si orienterà , che si scoprirà il vero sè, che si tireranno fuori risorse di cui non si era minimamente consapevoli.

Un atteggiamento simile nelle nuove generazioni, i cui segnali per il filosofo già sono osservabili, porterà inevitabilmente all'invenzione di nuovi strumenti di simbolizzazione. A tutti i giovani Badiou augura di sviluppare un vero pensiero che "sappia farsi fratello del sogno", un pensiero orientato alla partenza che porti ad una conciliazione delle polarità disgiunte di desiderio e legge.

Adolescenza, Forza del Desiderio

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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