Senza macigni sul cuore
“Si deve essere leggeri come l’uccello che vola, e non come la piuma”.
“Si deve essere leggeri come l’uccello che vola, e non come la piuma”.
Nella società contemporanea il possesso del denaro, a cui segue quello della gioventù, viene propagandato dai mass media come il valore assoluto a cui dedicare la propria vita.
Bravi bambini, ubbidienti, studiosi, a proprio agio con gli adulti e in difficoltà con i pari. E non solo durante l’infanzia.
Il rifiuto da parte del proprio simile è lo spettro che molti si trovano a temere più o meno coscientemente.
Anche semplicemente aprendo un vocabolario possiamo prendere atto del lato bifronte dell’orgoglio: da un lato fierezza, senso della propria dignità personale, dall’altro sentimento eccessivo di sé, che isola e altera i rapporti col simile.
Si possono etichettare erroneamente come “impulsive” scelte drastiche e in controtendenza rispetto alle aspettative sociali così come si possono scambiare per “consapevoli” atti conformi ai non valori dei tempi attuali, che in realtà però sottendono solamente una sorta di “riflesso”, un tentativo di sfuggire all’angoscia legata ad una particolare condizione.
Ogni guarigione dell’anima avviene in solitudine. Ogni scatto verso la vita, ogni ripresa di fiducia e positività, ogni manifestazione di forza e coraggio di fronte alle avversità sono indissolubilmente legate ad una “decisione” maturata nel profondo della psiche individuale.
Il dilagante materialismo tipico dei nostri giorni esalta la giovinezza come il periodo in assoluto più desiderabile dell’esistenza umana.
Nell’epoca contemporanea la pratica di un’attività sportiva viene riduttivamente considerata come un mezzo per mantenersi in forma, aumentare il buon umore, promuovere l’azione, favorire una corretta igiene dei ritmi sonno veglia e scaricare stress e tensioni.
Nella contemporaneità ci si lamenta sempre più della così detta iperattività infantile, dell’impermeabilità dei bambini nei confronti dei no dei genitori, della generale intolleranza delle regole e della disciplina che caratterizza la condotta di molti piccoli.
I pazienti che patiscono di nevrosi ossessiva generalmente chiedono aiuto solo quando parte del controllo che esercitano in maniera ferrea nelle loro vite ad un certo punto salta o viene pesantemente minacciato da qualcosa, da un evento, da un incontro.
Molta parte dei malesseri psichici resta invisibile agli occhi di osservatori poco attenti o semplicemente impauriti da quello che potrebbero scoprire in primis in se stessi.
Non esiste psicoterapia senza lamento. Fatto ovvio, scontato. Chi chiede aiuto sta male, chi sta male si lamenta. Il lamento tuttavia può essere transitorio, legato a fatti oggettivamente traumatici, oppure cronico, andando a costituire una vera e propria patologia ai limiti della trattabilità.
Il rapporto che una donna intrattiene con il proprio corpo non è mai del tutto sereno, anche quando esso rientra nei canoni di bellezza oppure è oggetto di ammirazione da parte dell’altro.
Un buon lavoro di analisi ha sempre come effetto indiretto un certo ridimensionamento delle aspettative nei confronti degli altri. Esso non va inteso come sviluppo di un atteggiamento disincantato (e al fondo risentito) del tipo “non mi aspetto più niente da nessuno”. In quel caso avremmo una rinuncia alla possibilità di fidarsi del prossimo, cosa che non rientra certo negli scopi di un lavoro su se stessi.
La volubilità, intesa come tendenza a cambiare umore e intenti in maniera più o meno repentina, è un attributo che spesso si associa a personalità creative, curiose, irrequiete, bisognose di stimoli e suscettibili a cambiare prospettiva sulle cose e sulle persone.
Una difficoltà che gli analisti di oggi si trovano di fronte è un certo uso della parola diffuso nella contemporaneità, improntato all’iper concretezza e all’appiattimento sui fatti. Esso a sua volta riflette una modalità di pensiero sempre meno capace di staccarsi dall’evidenza, nonostante le sollecitazioni e gli aiuti offerti da un analista fattosi attivo e partecipe.
“Poi” , “ora è impossibile”, “lo farò domani” sono espressioni tipiche del “temporeggiatore”, ovvero di colui che utilizza la procrastinazione come modalità per (non) affrontare un conflitto. Messo alle strette rispetto ad un atto che potrebbe essere risolutivo di una qualche impasse, egli opta per non fare nulla, crogiolandosi nel mondo del possibile.
Franco de Masi, nel suo libro “lavorare con i pazienti difficili” dà voce ad un movimento interno alla psicoanalisi contemporanea, volto a metterne in discussione gli strumenti tradizionali in vista della comprensione e del trattamento di strutture mentali non classicamente nevrotiche.
Spesso in terapia incontriamo persone così “scottate” da rapporti familiari complessi da aver eretto delle barriere invalicabili nei confronti del congiunto ritenuto responsabile di gran parte delle proprie difficoltà emotive.
La psicoanalisi freudiana, lacaniana così come quella junghiana individuano nella spaccatura fra l’Io e l’inconscio l’origine di una buona parte di affezioni nevrotiche.
Un buon lavoro psicoterapeutico ha sempre come esito l’acquisizione più o meno consapevole della capacità di aiutarsi da soli. Quando ciò avviene significa che l’aiuto ricevuto non è stato assorbito passivamente ma si è tradotto in guadagno nei termini di coscienza profonda di sè.
La figura del padre gioca sempre un ruolo chiave nel determinare la natura del rapporto con il maschile nella donna. La psicoanalisi classica freudiana utilizza il concetto di complesso edipico per rendere conto dell’influenza dell’innamoramento infantile per il padre sull’atteggiamento verso l’amore e la sessualità nella donna.
Nella prospettiva junghiana ciò che più urge ai fini del recupero o della conservazione di un buon equilibrio psichico è la coscienza di sé, da intendersi come accoglienza di quegli aspetti inconsci della psiche che la civiltà moderna tende a sopprimere in favore di un adattamento esteriore alle norme sociali.