Non c'è cura senza transfert

In psicoanalisi chiamiamo con il termine " transfert" il variegato insieme  delle colorazioni affettive che qualificano la relazione con il terapeuta. Questi infatti, agli occhi di chi intraprende un percorso di analisi, non è mai una figura completamene neutra, scevra da connotazioni di natura emotiva. Esso ha poco o nulla a che fare con le caratteristiche proprie della persona del curante, che rimane il più possibile in ombra, al di là di qualche tratto che concerne il suo stile, il suo modo unico e particolare di esprimersi e di lavorare.  

Dunque la natura del transfert non dipende in senso stretto da chi è il terapeuta nella realtà, ma da come egli viene visto, dalla rappresentazione che se ne fa il paziente, a sua volta influenzata inconsciamente da schemi relazionali che hanno qualificato il suo rapporto con figure significative del suo passato. 

Capita allora che il curante sia collocato senza che ve ne sia consapevolezza da parte del paziente nel luogo del padre o della madre, e che vengano riattivate nel qui ed ora della relazione terapeutica antiche dinamiche, spesso proprio quelle che hanno segnato profondamente il rapporto con il genitore, con tutto il loro carico di ambivalenza affettiva. Avremo allora intensi sentimenti d'amore associati parallelamente a moti aggressivi, idealizzazioni a cui seguono delusioni svalutanti.

Uno psicoanalista accorto e preparato è in grado di vedere tutto ciò e di utilizzarlo ai fini terapeutici, evitando di  far travolgere il lavoro terapeutico sotto l'onda distruttiva della ripetizione. Freud sosteneva  che il transfert fosse un fenomeno dalle due facce, da una parte motore della cura, dall'altra ostacolo. Motore perché, mobilitando forti investimenti affettivi, fa emergere "in vivo" la verità più intima della persona.  Ostacolo perché rischia di bloccare il lavoro in un corpo a corpo sterile fatto di oscillazioni continue fra amore e odio, senza che vi sia spazio per altro, per un'elaborazione che sia veramente tale e che porti del nuovo, nuova consapevolezza, un vero taglio rispetto al passato. 

Una terapia efficace sfrutta il potere del transfert, la sua intensità, senza venirne risucchiata. E questo può accadere solo se esso non assume semplicemente il carattere della ripetizione di vecchi schemi relazionali ma parallelamente anche quello della ricerca, della ricerca della verità, di un sapere su se stessi, in un clima di fiducia nei confronti della possibilità del nuovo. Il transfert non viene così schiacciato sulla dimensione della riattualizzazione del passato, ma si dispiega in tutte le sue potenzialità, aprendosi ad un incontro con l'Altro inedito, fuori serie, fuori ripetizione.  

Allora un paziente, grazie alla guida del terapeuta, si accorgerà, nel mentre li mette in atto, di alcuni suoi modi tipici di funzionare. Vedendoli, riconoscendoli, accrescendo il livello di consapevolezza rispetto a se stesso potrà nel tempo aprirsi al cambiamento, mettendo sempre più a fuoco la parte che lui stesso gioca, cessando di dare la colpa all'Altro, che tanto è stato, è e rimane ciò che è. 

L'incontro con un terapeuta assume allora tutti i caratteri di un incontro nel vero senso della parola, nella misura in cui, pur non essendoci nessuna confidenza o nessuna  apertura su se stesso da parte sua, continuando a rimanere in ombra come persona, fa vivere al paziente un'esperienza antica e nuova insieme, che ha il sapore di ieri ma si mischia ad un'aria fresca, al vento del cambiamento e della liberazione dai lacci del passato. 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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