La Madre e il matrimonio isterico

La "sessualità femminile", testo di Sigmund Freud degli anni trenta, svela il legame fra quel tempo della vita in cui per entrambi i sessi l'unico oggetto d'amore era la madre e la difficoltà di accesso per la donna ad un' autentica scelta eterosessuale. Alla donna cioè non  basta scegliere un uomo per dirsi eterosessuale, per entrare cioè in contatto fecondo con il maschile, con la differenza, con ciò che non è riconducibile all'Uno dello specchio uniformante.

 Se il  primitivo attaccamento alla madre nella bambina  si trasforma normalmente in odio, in lagnanze, in recriminazioni per non aver ricevuto da lei abbastanza,  allora il rivolgersi al padre può apparire come una scelta di serie b, un ripiego, una sorta di brutta copia dell'originale.

È possibile che nella bambina e poi nella donna nei confronti dell'oggetto paterno avvenga una reale e durevole riorganizzazione di tendenze e aspettative? Accade lì un incontro con qualcosa d'altro che resiste a livellamenti e delusioni ulteriori? O ciò che fa la differenza è solo l'aspettativa di ricevere finalmente un bambino a titolo di risarcimento? Il perdurare nell'inconscio dell'attaccamento alla madre è una problematica che riguarda il femminile in quanto tale o nello specifico la nevrosi femminile per eccellenza, l'isteria? 

Il difficile passaggio dalla madre al padre è un arduo punto di snodo della femminilità, che riguarda dunque tutte e che lascia dei residui. Esso a rigore non è tuttavia impossibile,  la sua inattuabilità  tout court  la ritroviamo nei quadri isterici, connotati dalla scelta impossibile fra madre e padre, quest'ultimo sulle prime idealizzato e poi tremendamente svalutato. Non a caso l'incertezza oggettuale dell'isterica va di pari passo con quella identitaria: sono uomo o sono donna? Chi sono, cosa voglio?

Nelle ultime pagine del testo citato, Freud incontra la bambina diventata adulta e isterica. Descrive  una vita matrimoniale senza amore, nella quale il marito è sulle prime l'erede del rapporto con il padre, ma in cui, in un secondo momento, riappare inesorabilmente  l'antico fantasma del rapporto con la madre, caratterizzato da ostilità risentita e conflitto.

La svalorizzazione del partner si radicalizza poi  con la nascita dei figli. È da loro che arrivano le gratificazioni, nel tentativo di compensare l'antica mancanza, di recuperare finalmente un senso di completezza. Il marito si trova così frustrato ed escluso, in rivalità con il figlio, quello con cui la donna fa coppia. È il terzo escluso.

Freud ci mostra così un clamoroso fallimento nell'assunzione, da parte della femmina isterica, della propria posizione femminile sessuata. Ella non si confronta con la propria mancanza strutturale ed incolmabile, non la mantiene aperta ed in tensione con il desiderio verso il maschio, ma la richiude sul figlio, nell'illusione di poterla colmare, dunque eliminare, risolvere una volta per tutte. La complementarità, che implica l'incontro di due mancanze (quella femminile e quella maschile) mai riconducibile ad una lotta in cui uno prevale sull'altro, è appiattita sul miraggio della completezza.

L'identificazione alla madre azzera la donna, la trasforma in una creatura onnipotente e castrante, sia verso il marito che  i figli. Il primo è ignorato come persona, trascurato, svilito come partner sessuale e trattato al pari di un bambino da educare, correggere e denigrare. Così mortificato ed esautorato nel suo valore fallico questi si autoesclude, non si impone e abbandona la donna al suo ruolo di madre, contribuendo così al circolo vizioso che lo vede al tempo stesso vittima e carnefice.

I figli d'altro canto, maschi e femmine, si ritrovano preda delle aspettative incolmabili della madre, schiavizzati, percorsi da ansie ed insufficienze. In quanto protesi del narcisismo materno, sono costretti a dare delle soddisfazioni, non possono permettersi insuccessi e fallimenti, desideri propri e personalità autonome, mature. Restano psichicamente infantili, bravi bambini ubbidienti. Che poi all'improvviso si ribellano, nella migliore delle situazioni.

L'onnipotenza materna, il suo desiderio non agganciato (o forse meglio dire agganciabile) dal partner e richiuso a senso unico sui figli, stanno alla base di molte fantasie riportate in seduta dai pazienti, convinti per anni di essere stati amati più dalla madre che dal padre, "che non contava nulla". Le madri  spesso si pongono agli occhi dei figli esplicitamente o implicitamente come vittime dei mariti, o troppo deboli o troppo violenti, perpetuando così la trasmissione di un principio materno ingombrante e soffocante.

È proprio vero che il padre, come insegnava Lacan, è nelle parole della madre. È da lei, dal suo desiderio, che viene fatto esistere o morire.

Tags: Rapporto uomo donna

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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