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title: E la vita cammina quasi dritta
description: L'immagine dickinsoniana della vita che "cammina quasi dritta" evoca la forza di chi coraggiosamente non si fa del tutto piegare dalla disperazione della perdita.
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date: 2017-06-19T07:03:31Z
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Il dolore psichico profondo assomiglia ad una notte senza stelle, nessuna luna o nessuna luce interiore si accendono a fare da bussola. Emily Dickinson ritrae così la disperazione: nessuna via di uscita, nessuna visione, perdita pura di qualsiasi riferimento. Colui che reggeva il lume nella notte accanto a noi a un certo punto se ne va, dice addio, scompare per sempre.

È l'abbandono, è la morte. Il mondo scolora e sprofonda nel buio. Sempre, dietro ad un lutto o a una depressione clinica, vediamo in filigrana la figura della perdita. Un vuoto si apre nella continuità, come a svelarne la falsità, l'inganno. Siamo costitutivamente immersi nelle tenebre, non ce ne accorgiamo solo grazie alla forza illuminante dei nostri punti di riferimento. Venuti meno, ecco di nuovo l'abisso.

Ma dal lutto, dalla depressione, dalla disperazione totale si può venir fuori. Certo, dice Dickinson, ci vuole coraggio. Questa è la condizione preliminare al superamento della crisi, e, a ben vedere, all'entrata in una vera cura. Farsi coraggio, muovere un primo passo, è lo spostamento minimale perché una qualche, faticosa reazione si inneschi. Perché anche il coraggioso fatica al buio, sbatte dappertutto, si ammacca, si scontra con il muro del non senso. Però non si arrende al paralizzante smarrimento, di cui pure fa l'orrenda esperienza, cerca a tentoni una via.

Piano piano, dopo lividi e cadute, si può imparare ad orientarsi anche nell'oscurità. Due sono le forme che può prendere questo nuovo vedere: "o si altera la tenebra, o in qualche modo si abitua la vista". La mente dunque può modificare ciò che percepisce, oppure può abituarcisi, come un occhio che si accomoda alla visione notturna.

In entrambi i casi è un imparare a vedere in modo nuovo, nell'uno in modo più attivo, nell'altro, forse, con più passività. Alla base c'è comunque l'accettazione della nuova condizione, il farci i conti. Anche nel primo caso, quello della trasformazione delle tenebre. Non si tratta infatti di negazione nè tanto meno di allucinazione esaltata.

Trasformare le tenebre può avvenire solo dopo una presa d'atto che nulla è più come prima. Che qualcosa è accaduto e ha modificato irreversibilmente l'esperienza del mondo. Ma poi, nel nuovo, imperfetto, mancante mondo, si può tornare a vivere. Il chiaroscuro può essere trasformato in una nuova possibilità che ha pari dignità dei colori, può dar luogo nei più dotati ad esiti creativi, o essere semplicemente sopportato con la forza dell'abitudine.

Il creativo saprà sublimare il dolore in opere, siano esse artistiche o umanitarie, metterà al servizio degli altri la sua capacità trasformativa, metterà a frutto il propio talento in un'orizzonte più ampio di dono e condivisione.

E al fondo lo stesso farà nel suo piccolo l'uomo comune. C'è un coraggio, spesso non adeguatamente valorizzato, pure nella così detta rassegnazione dell'uomo medio, quando essa si sposa con un andare avanti dignitoso e operoso. Più facile per certi versi abbandonarsi alla disperazione, più dura è la via di chi sceglie di vivere lo stesso, occupandosi del prosaico quotidiano, della famiglia, delle piccole e insignificanti cose di tutti i giorni, fronteggiando fatica e frustrazione.

"*La vita cammina quasi dritta*" è dunque una bellissima espressione poetica che ci fa capire come l'irruenza prorompente della sofferenza psichica non possa essere banalmente cancellata, bonificata del tutto con un atto di volontà o con una cura efficace.

Dei segni indelebili, anche per chi guarisce, restano. Ma se costui impara nuovamente a vedere allora è vivo, vivo e può così tornare a camminare sulle sue gambe, pur zoppicando.

**E la vita cammina quasi dritta**

*Ci abituiamo al buio*  
*quando la luce è spenta;*  
*dopo che la vicina ha retto il lume*  
*che è testimone del suo addio,*

*per un momento ci muoviamo incerti*  
*perché la notte ci rimane nuova,*  
*ma poi la vista si adatta alla tenebra*  
*e affrontiamo la strada a testa alta.*

*Così avviene con tenebre più vaste –*  
*quelle notti dell’anima*  
*in cui nessuna luna ci fa segno,*  
*nessuna stella interiore si mostra.*

*Anche il più coraggioso prima brancola*  
*un po’, talvolta urta contro un albero,*  
*ci batte proprio la fronte;*  
*ma, imparando a vedere,*

*o si altera la tenebra*  
*o in qualche modo si abitua la vista*  
*alla notte profonda,*  
*e la vita cammina quasi dritta*

Emily Dickinson

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