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title: Coronavirus: l’alternativa alla paura e alla depressione
description: Coronavirus: il grande freddo
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date: 2020-04-20T08:00:23Z
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Impossibile non avvertire un “grande freddo” in queste settimane, in contrasto con la mitezza e la pace ritrovata della natura che filtra dalle nostre finestre, intorno alle quali ci aggiriamo più di quanto non abbiamo mai fatto in precedenza, come alla ricerca di un calore, una conferma, un ricordo di come era ieri e di come sarà domani.

Impossibile non provare una grande **pena**, per i nostri anziani, per i morti, per i governanti in affanno, per i lavoratori, per i bambini, per noi tutti.

Tutti gettati nell’incertezza, nella estraniante **solitudine** a cui obbligano le pratiche preventive e terapeutiche che comportano distanza e lontananza, quando non vero e proprio abbandono.

 E poi **rabbia**, frustrazione, di nuovo impotenza. Ai sentimenti **luttuosi** seguono moti di ribellione, la ricerca di colpevoli, nel tentativo di localizzare una causa del disastro.

Perché se un responsabile esiste allora lo possiamo combattere no? Se c’è una ragione possiamo almeno fare qualcosa!

 Ma di nuovo i perché sfuggono, la calamità naturale si rovescia indifferente su di noi, sulle nostre fragili vite, sulla nostra impreparazione, sui tempi lunghi della scienza e più in generale della mente umana nel fronteggiare una situazione di questa portata.

Eravamo addormentati nella pace e nel confort, ora senza preavviso siamo precipitati in una strana guerra e non sappiamo più come reagire.

 Che facciamo allora? Ci abbandoniamo alla **disperazione**?

Oppure, peggio, fingiamo che nulla sia cambiato, prendendo tutto questo come una allegra vacanza, illudendoci con l’idea di una rapida ripresa a settembre?

 Come a seguito di tutte le situazioni drammatiche che possono abbattersi su di noi catastrofismo e incosciente ottimismo sono i due estremi attorno ai quali possono oscillare le nostre reazioni emotive iniziali.

L’esasperazione dell’**angoscia** oppure la sua negazione tramite l’indifferenza o la cieca positività sono manovre psichiche che tentano infatti di ripristinare una qualche padronanza su ciò che supera la nostra capacità di intervento e risoluzione.

 Tramite questi meccanismi di difesa proviamo da una parte a renderci conto di quanto avvenuto attraverso un rinforzo della reazione al pericolo e dell’attesa delle conseguenze negative dell’evento.

Dall’altra cerchiamo di aggirare l’ostacolo, rifugiandoci in una sciocca presa di distanza che non fa altro che ritardare l’incontro con il **trauma**.

In ambo i casi ci viene a mancare la giusta lucidità per assorbire il colpo.

 Ma come si fa a convivere con lo sconforto e la paura del futuro senza cadere nella **depressione** o nel **panico**?

Come si può dar spazio alla **rabbia** senza che questa si trasformi in caccia alle streghe e in generale in un veleno che intossica?

 Bisogna innanzitutto prendere coscienza della nostra precarietà su questa terra.

Da qui possiamo costruire anziché distruggere.

Perché se ci diciamo “bene, sono mortale, in quanto tale fragile e non ci posso fare niente, non ho colpe per questo” recuperiamo un contatto con la verità del nostro divenire, che implica crescita, pienezza, decadenza ma anche malattia, fatalità, minaccia da parte della morte in ogni momento.

Da qui segue una rinnovata umiltà, che poggia sulla coscienza della propria nudità e inermità.

Tutte le maschere di potere e gli istinti di sopraffazione in questa maniera cadono.

Perché non sono solo io in questa condizione, ma ci si ritrova anche il mio simile, mio fratello di destino mortale. Allora ho compassione di me e di lui, vedo in entrambi la fallibilità e la perdono, e capisco il valore della pace e della solidarietà.

Mentre al contempo imparo a riconoscere nella Natura una doppia faccia, quella di madre e di matrigna, quella del paradiso e dell’inferno ed accetto che i due volti siano indissociabili l’uno dall’altro, che l’ombra faccia parte della luce e che la luce stessa debba parte della propria bellezza alle tenebre.

Amore e morte sono i principi impersonali che regolano tutto, è dal loro miscuglio che la vita si rinnova e si esprime.

Così, una volta sviluppati umiltà, fratellanza e rispetto verso la natura e le sue imperscrutabili leggi potrò vivere l’arresto, la sofferenza e il disagio in modo diverso, accogliendoli come parte integrante dell’esserci.

Smetterò di vagheggiare un eden senza intoppi e abiterò saldamente il presente, bello o brutto che sia, non indugierò più sui sentimenti tristi ma quando arriveranno li lascerò scorrere, con la consapevolezza che se ne andranno, che tutto passa, noi compresi.

È con questa **fiducia** che dobbiamo vivere oggi, tutto quello che abbiamo sta nel presente e nella coscienza di un passo che segue l’altro, qui e ora.

Di domani non c’è certezza, ma dell’istante sì. E abitarlo in pienezza non significa attaccamento ossessivo in termini di avere o al contrario cedimento a sregolatezza e a piaceri ingordi.

Esserci davvero è qualcosa di più sottile, è qualcosa che va oltre la carne pur nel rispetto e nella cura di essa. Proviamoci. Trascendiamo le nostre **paure**!

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