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title: Psicoterapia e dinamiche familiari: quando la crisi del singolo svela il sistema malato
description: Perché la psicoterapia di un singolo crea una crisi in famiglia? Scopri come la terapia svela le dinamiche disfunzionali e il "sistema malato", portando alla guarigione.
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date: 2025-11-03T10:41:59Z
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### La terapia come "elemento perturbatore"

La[ **psicoterapia**](https://www.sibillaulivi.it/psicologo-psicoterapeuta-milano-moscova.html "sicologa psicoterapeuta con studio a Milano - zona Moscova, Garibaldi, Brera, Sempione") svolta da un membro della famiglia, quando è davvero trasformatrice, spesso si rivela perturbatrice degli **equilibri** dell’intero **sistema**.

Questo perché chi analizza se stesso inevitabilmente smette di essere prevedibile e compiacente rispetto alle consuete **dinamiche familiari disfunzionali**, di cui inizia a essere cosciente.

Accadono allora due fenomeni complementari: da un lato la **persona che va in terapia** diventa insofferente se non addirittura apertamente ribelle rispetto ai codici di comportamento attesi dal suo contesto familiare. Dall’altro è la **famiglia** stessa a diventare **aggressiva** ed espulsiva verso il suo membro “dissidente”, implicitamente accusato di tradimento e di essere diventato “cattivo” e irriconoscente.

### La reazione del sistema: chiusura o evoluzione

Purtroppo di rado le famiglie sono disposte a integrare al loro interno le critiche e i mutamenti degli equilibri, un po’come succede ai gruppi chiusi, cementificati da un’identità monolitica.

La capacità di un aggregato umano di **assorbire il mutamento** di un individuo che ne fa parte è un meccanismo sano e virtuso, perché contempla la possibilità di confrontarsi con l’altro, con il “fuori” che il membro “indocile” porta all’interno. Il sistema che accetta la critica tenta di comprendere i propri punti ciechi ed è infine riconoscente verso colui che introduce la divergenza, strumento prezioso per gli appartenenti al gruppo che così possono evolvere, crescere e affinarsi.

La possibilità di mettersi in discussione e la curiosità verso la novità introdotta dal cambiamento di un familiare purtroppo sono totalmente assenti nei **contesti “patologici”** da cui provengono molti soggetti che scelgono la psicoterapia come strumento conoscitivo.

Arrivare in terapia spessissimo segnala uno scollamento già avvenuto fra il soggetto e il suo ambiente: la [**sofferenza**](https://www.sibillaulivi.it/articoli-letture/psicoanalisi/955-il-potere-equilibrante-della-sofferenza.html "l potere equilibrante della sofferenza") che distingue il “diverso” in realtà non rappresenta un difetto da correggere piuttosto l’esito dello **scarto percepito** fra sè e l’altro, ormai irrigidito e chiuso alla comunicazione.

Nel dolore non capito esiste in potenza la possibilità di affrancarsi e di [**guarire**](https://www.sibillaulivi.it/articoli-letture/psicoanalisi/761-la-volonta-di-guarire.html "La volontà di guarire"), perché è un tentativo di dare voce a qualcosa di oscuro e inammissibile all’interno delle mura domestiche, una verità scomoda e indicibile. Quando il grido di aiuto trova un ascolto e una comprensione reale (e il [**setting terapeutico**](https://www.sibillaulivi.it/articoli-letture/psicoterapia/1120-il-setting-terapeutico-in-psicoterapia.html "Il setting terapeutico in psicoterapia") costituisce propriamente il luogo del riconoscimento di ciò che resta negato altrove) le possibilità di guarigione sono molto alte.

### Il "patto di segretezza" e il portatore del disagio

Il membro della famiglia che va in crisi si fa quindi **portatore del disagio** di tutto il gruppo, senza che però gli sia stata data l’autorizzazione a parlare. Egli se la prende da solo tale licenza, il suo star male è ciò che paradossalmente gli dà la forza di denunciare quel “sommerso” scabroso che non si deve rivelare a sconosciuti.

Non di rado fra i membri di una famiglia esiste una sorta di **patto di segretezza**; l’immagine da fornire all’esterno deve essere di rispettabilità, di serenità o di successo, quando invece dietro alla facciata si annidano conflitti, storture, violenze e ricatti affettivi di ogni genere.

La famiglia nel suo complesso appare allora come la vera **“malata”** quando un membro si decide a parlare, mosso dal suo dolore e dalla volontà di “sopravvivere” come individuo in un **sistema soffocante**.

### Quando il sintomo racconta la famiglia

I **sintomi del singolo** da un lato mimano, riproducono quelli del sistema, dall’altro costituiscono una risposta precisa alla posizione in cui egli è stato messo in famiglia.

Prendiamo un **sintomo alimentare**. Quando in consultazione arriva una giovane donna in preda a sintomi alimentari novantanove su cento troviamo una madre e un padre che non parlano fra di loro, emotivamente distanti gli uni dagli altri. La ragazza, con il suo tenersi lontana dal cibo, non fa altro che “rappresentare” tale **distanza emotiva** dal partner, distanza trasferita sull’oggetto cibo.

Ma nello stesso tempo ricercare la magrezza in quanto attributo di successo costituisce la risposta alle **aspettative genitoriali** su di lei: la brava bambina ubbidiente, bella e brava. Il sintomo segnala con precisione chirurgica il **posto che le è stato affidato in famiglia**.

Un altro esempio, un **sintomo depressivo** adolescenziale di una certa entità. L’immobilismo, la svalutazione di sè e l’abulia della depressione sono il risultato del contagio della depressione dell’altro: nella **famiglia del depresso** tutti, ma proprio tutti sono depressi, anche quando non sono consapevoli di esserlo, presi come sono da mille attività. Quale posto spetta al soggetto più sintomatico? Di cosa è stato incaricato dalla sua famiglia? Spesso i depressi sono coloro per i quali in famiglia proprio non c’è stato un posto vero e proprio, quelli sballottati secondo il capriccio altrui, da cui ci si aspettava pure che crescessero soli, in fretta e senza dare fastidi. Il depresso, con il suo non vedere un futuro, con la sua inerzia e i suoi pensieri di morte non “realizza” il mancato fondamento della sua esistenza?

### Il "sabotaggio" della guarigione e l'emancipazione

La [**guarigione**](https://www.sibillaulivi.it/articoli-letture/psicoanalisi/743-guarigione-e-solitudine.html "Guarigione e solitudine") è un processo lungo e complesso. La ragazza anoressica che va in terapia e comincia a parlare non guarisce subito, prima che fa? Racconta, ricostruisce le storture, il **clima tossico**, le false credenze. Inizia a realizzare il ginepraio che ha intorno, vuole parlare con i genitori, affrontare argomenti, oppure smette di reagire come una volta in modo docile e mansueto, inizia a gridare le sue ragioni per farsi sentire ma si sente rispondere in modo negazionista, aggressivo.

Tutto il focus della famiglia è sulla guarigione, non su come si sia arrivati alla malattia. La terapia è guardata con sospetto, messa sotto giudizio ( “da quando vai in terapia stai peggio ecc…”) e più o meno apertamente **sabotata**. Ecco che il sistema si irrigidisce, si chiude e perde la possibilità di “guarire” nel suo complesso. Si invoca la guarigione ma poi nei fatti la si ostacola in tutti i modi per mantenere il comodo **status quo**.

Quando il sintomo scompare nessuno è mai davvero felice; l’uscita dalla malattia coincide nella maggioranza dei casi con l’allontanamento da casa e l’emancipazione del soggetto. Allora si vede in purezza la **patologia del sistema familiare**, che si dissegrega, crolla.

Il sacrificio di un membro del gruppo era funzionale alla sopravvivenza delle **dinamiche patologiche**, nascoste da maschere di adattamento e di buoni sentimenti.

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