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title: Parlare in terapia non guarisce (da solo): i veri usi della parola
description: Scopri perché "parlare" in psicoterapia non basta. Analisi dei diversi usi della parola, dall'intellettualizzazione al cambiamento profondo, e del ruolo chiave dell'ascolto.
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date: 2025-11-09T20:49:57Z
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## Le parole in terapia: l'architettura di una seduta

Una seduta di **psicoterapia** è costituita da “discorsi”, i cui mattoni sono le **parole** (inclusi i silenzi) e gli **stati d’animo**. Le parole non vengono pronunciate mai a caso, anche quando sono l’espressione di un **flusso di coscienza**. Esse hanno sempre uno scopo e una direzione: sono gli strumenti del pensiero, sia esso volontariamente direzionato oppure guidato dall’**inconscio**.

Le emozioni e gli umori in gioco possono essere il punto di partenza o la risultante di questi discorsi: il corpo si scioglie e si attiva quando la parola diventa **“vissuto”**, mentre si contrae, resta rigido o inerte se i contenuti emotivi sono assenti, nascosti o simulati.

## Il ruolo del terapeuta: ascolto, sostegno, elaborazione

Non è solo il paziente a parlare in terapia, sebbene almeno al novanta per cento il campo espressivo sia suo. Lo psicoterapeuta usa soprattutto come strumento l'[**ascolto**](https://www.sibillaulivi.it/articoli-letture/psicoanalisi/933-l-ascolto-un-arte-che-cura.html "L’ascolto: un’arte che cura"), e prende parola per formulare **domande** e stimolare produzioni di pensieri/emozioni, per **“sostenere”** il discorso (quando la persona si perde o necessita di aiuto), per sottolineare zone di densità di senso e per **arricchire** di significati nuovi la produzione spontanea del materiale “grezzo”. Il terapeuta con il suo ascolto e il suo intervento valorizza la parola unica del suo assistito e al tempo stesso incoraggia l’**elaborazione** mentale, ovvero quel processo **“digestivo”** che consente di reinquadrare quanto detto in una dimensione più ampia.

Seduta dopo seduta si instaura una **relazione terapeutica** fra curante e paziente, alimentata dalla sensazione di quest’ultimo di essere **“ascoltato”** e capito. Il **“controtransfert”** dell’analista è fondamentale per lo sviluppo di questa alleanza terapeutica. Egli, lungi dall’essere neutrale, utilizza la sua [**sensibilità emotiva**](https://www.sibillaulivi.it/articoli-letture/psicoanalisi/499-usi-espressivi-della-sensibilita-emotiva-dell-analista.html "La sensibilità emotiva dell'analista") per cogliere sfumature, atmosfere e affetti **non detti** importantissimi per compiere un salto intuitivo rispetto al contenuto letterale dei discorsi.

## Quando la terapia (apparentemente) non funziona

Non è automatico che gli incontri terapeutici lo siano davvero e sempre per le stesse ragioni, nonché non è scontato che tutti i percorsi portino agli stessi stessi livelli di profondità e di **auto consapevolezza**.

Si possono ottenere buoni risultati sul piano terapeutico (scomparsa dei sintomi) senza che nulla sia stato davvero modificato a livello **profondo**, quello dei meccanismi mentali (più o meno disfunzionali) “usuali” della persona, le cosiddette **“difese”**.

Oppure si può non migliorare **mai** dopo anni e anni di analisi, anche se apparentemente si è guardato in ogni dove, in ogni angolo della mente.

## Perché "parlare" da solo non guarisce

Il punto di partenza di una psicoterapia è sempre uguale per tutti: qualcosa non va, c’è una sofferenza. Ma poi le cose cambiano caso per caso. La differenza la fa l’**uso** della parola, a sua volta espressione del **conflitto** psichico soggiacente alla sofferenza manifesta. Infatti un conto è il malessere visibile, il **sintomo** (come la depressione o il panico o il venir lasciato sistematicamente dalle fidanzate), un altro sono i **meccanismi** disfunzionali che vengono messi in atto inconsciamente e che fanno inciampare nella vita.

Parlare quindi non guarisce **di per sè**, perché si può parlare all’infinito a vuoto, girando su se stessi come il **pesce rosso** in un vaso rotondo, senza andare da nessuna parte, senza che avvenga nessun [**cambiamento**](https://www.sibillaulivi.it/articoli-letture/psicoanalisi/442-il-cambiamento-tra-psicoterapia-e-psicoanalisi.html "Il cambiamento tra psicoterapia e psicoanalisi") sostanziale.

## L'ostacolo più grande: l'Ego e l'intellettualizzazione

Una delle modalità più difficili da eliminare è **l’intellettualizzazione**: ore ed ore a guardare da prospettive diverse la stessa questione senza che mai una visione irrompa con una tal forza da far veramente “percepire” le cose sotto una luce nuova e diversa.

Le persone spesso dicono di voler cambiare ma nel profondo a volte non vogliono affatto essere **tolte** da dove stanno; più i meccanismi psicologici presi in esame sono **“sintonici”** con l’Ego più essi non vengono abbandonati.

L’**Ego** non a caso è considerato in psicoanalisi come il peggior **nemico** della trasformazione interiore: se ci si piace tanto, troppo (perché magari sotto la maschera dell’Io non c’è nulla o peggio, il caos) allora meglio restare dove si è. L’Ego **inamovibile** è di per sè una patologia e una soluzione rispetto a un’identità scarsamente definita, vuota o non autentica.

Come si vede non sempre è un bene voler **guarire**! Non sempre sotto i condizionamenti alberga un “vero sè” desideroso di venire alla luce: incontrare faccia a faccia il proprio **“nulla”** è molto peggio rispetto al sostare in discorsi il cui vero obiettivo è il rinsaldare l’immagine **narcisistica** di sè, la finzione del sè.

## I diversi usi della parola in analisi

Quali sono allora gli usi della parola in analisi?

### L'uso "difensivo": la chiacchiera e la proiezione

Un uso molto frequente è quello della **“chiacchiera”** rassicurante: ti dico dei miei piccoli fatti quotidiani così evito di parlare di **me**. E’ una zona di confort, neutra che allontana dal cuore del problema. Si tratta di un uso **“difensivo”** della parola, che cerca la simmetria nel rapporto per evitare l’**angoscia** di ritrovarsi da soli davanti a se stessi. Questa modalità può essere presente all’interno di qualsiasi percorso psicoterapeutico, anche il più riuscito: non sempre e non in tutti momenti si può essere aperti e disposti a mettersi in gioco. Le sedute hanno una cadenza “programmata”: ma dato che siamo **umani** e non macchine, può capitare di non riuscire a parlare come si vorrebbe, di chiudersi o di temporeggiare un po’ in attesa che qualcosa si sviluppi spontaneamente o grazie all’aiuto del terapeuta.

Il fratello gemello dell’uso difensivo è quello **“proiettivo”**: anziché parlare di “altro” parlo degli **“altri”**, li analizzo, ne racconto i vizi e le manie, così, ancora una volta, non guardo **me stesso**. Se è normalissimo analizzare gli altri nel corso di un’analisi (nella misura in cui molti dei nostri problemi si estrinsecano nelle relazioni), meno produttivo è parlare “sempre e solo” degli altri.

Quando tali modi di prendere parola sono gli unici modi di esprimersi e non lasciano mai spazio ad altro il soggetto è bloccato in una pozione **vittimistica**: va in terapia perché sta male e non si sposta dalla convinzione che la sua sofferenza derivi solo dal mondo **esterno**, dai fatti che gli capitano e dalle persone che lo circondano.

### L'uso "consolatorio" e di "rinforzo"

Esistono poi le parole per **“autoconvincersi”**: come si diceva a volte le persone hanno bisogno di parlare con la finalità di **rinforzare** il proprio Ego, anche quando nel corso del tempo portano all’attenzione dell’analista dei cambiamenti sensazionali. I dati di realtà vengono “presentati” come evidenze di un cambiamento interiore che invece è del tutto **assente**; spesso gli eventi sono solo “accadimenti”, che si inseriscono nella serie di ripetizioni dello stesso copione di fondo. L’uso della parola in questi casi è di **“rinforzo narcisistico”**.

Un altro uso simile è quello **“consolatorio”**: parlo per tirarmi su di morale; non punto tanto a rinforzare l’Ego ma a migliorare l’**umore** e il senso di **solitudine**. La parola è un **antidepressivo**. E’ la classica situazione dello **sfogo**, che alleggerisce lì per lì come un **sollievo** momentaneo. Non di rado la parola è rivolta al terapeuta perchè egli sia supportivo e fattivamente di aiuto: gli si chiedono indirettamente **parole di conforto.**

In tutti questi casi viene ricercata l’attenzione del terapeuta perché convalidi l’uso della parola, certificandolo. In parole semplici il paziente è alla ricerca di **approvazione** e di convalida, ma anche di **supporto emotivo** e di empatia.

### Gli usi "evoluti": la parola che crea e trasforma

Gli usi più evoluti sono invece quelli di natura **“creativa”**. Il discorso in questi casi non è direzionato dalla coscienza ma è **“ispirato”** dall’inconscio. Qui la [**parola terapeutica**](https://www.sibillaulivi.it/articoli-letture/psicoanalisi/958-la-parola-terapeutica.html "La parola terapeutica") segue un flusso vero di coscienza, si lascia trasportare, visitando luoghi del passato e del presente, creando **associazioni** nuove e incontrando significati e interpretazioni che toccano e **scuotono** l’essere. L’emozione vi si associa, ma non è il pianto del **lamento**, della vittima che si compiace d’esser triste. E’ il ritorno nel presente del passato, è un vero e proprio **“rivivere”**, un viaggio nel tempo che lascia straniti ma stranamente rinnovati.

L’uso **“trasformativo”** della parola è quello che aggancia la dimensione del **corpo**: si **“sente”** che vengono raggiunte aree dormienti, che si riesce ad andare oltre i soliti **“paraocchi”**, le solite lenti con cui si interpreta se stessi e il mondo. Qualcosa nelle difese **vacilla**, la persona cambia perfino tono di **voce**.

Il terapeuta si accorge che sta accadendo qualcosa di veramente impattante anche perchè lo **sguardo** del suo paziente in tali frangenti non è su di lui ma oltre la sua figura, non domanda più nulla all'altro (riconoscimento, pareri, indicazioni ecc...) ma è rivolto all'interno, verso la propria **interiorità**.

Questi usi “evoluti” della parola non sono magie od esiti di suggestioni ma di **prese d’atto** profonde e davvero trasformatrici . Sono modalità del discorso, a cui può seguire un cambiamento drastico e improvviso oppure, più di frequente, una successione di **“epifanie”** diluite nel tempo, che insieme concorrono allo sviluppo lento di una nuova **consapevolezza** e di un nuovo modo di stare nel mondo.

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