Analisi come esperienza

Svolgere un'analisi è primariamente vivere un'esperienza, un'esperienza di ricerca e di trasformazione. Già Hegel legava la conoscenza della verità all'esperienza: il sapere vero non arriva di colpo ma passo passo, nel corso di un'esperienza in cui il sapere non vero viene via via rimaneggiato.

Secondo la teorizzazione hegeliana l'uomo, proprio perché dotato di una coscienza di sè, è strutturalmente tormentato, lacerato, impossibilitato nel rifugiarsi pacificamente in un'inerzia priva di pensiero senza che un'inquietudine venga a turbare la sua pigrizia. L'angoscia spinge dunque la coscienza verso un cammino dialettico, una ricerca della verità, che assume varie forme, ciascuna delle quali situa un rapporto preciso del soggetto e della verità. Ad ogni tappa dell'itinerario viene scoperta la non verità della verità precedente, che si rivela solo transitoria. Si alternano così varie forme di verità fino al raggiungimento del sapere assoluto, della congettura ultima.

Lacan riprende Hegel quando afferma che il soggetto in analisi è in rapporto con una verità cangiante, transitoria, esposta alla decadenza, da cui si può sottrarre nel momento dell'incontro con alcune sue conseguenze. Lo riprende anche quando mostra come grazie all'esperienza dell'analisi piano piano cadano i "prestigi del narcisismo", in un itinerario nel quale l'Io progressivamente si libera dei suoi orpelli, delle sue identificazioni, delle sue maschere immaginarie per arrivare al cuore pulsionale dell'essere.  

Ma una psicoanalisi secondo Lacan non coincide pienamente con il modello hegeliano, benché mantenga come punto saldo il riferimento  alla nozione di esperienza soggettiva. Il soggetto di Hegel infatti è uno che, sebbene angosciato, sebbene inquieto, rimane al fondo identico a se stesso, in grado alla fine di detenere un sapere assoluto in cui confluisce tutto il reale.

Il soggetto freudiano, il soggetto della psicoanalisi invece non sa la verità, la cerca ma non può afferrarla mai perché esiste il reale che lo trascende sempre, il reale del sesso e della morte, forze che sbalestrano l'ideale umano di padronanza e di controllo assoluto.

L'analisi allora è un'esperienza sì, ma un'esperienza di "destituzione soggettiva", in cui avviene l'incontro con la propria e altrui divisione e che non si conclude con il possesso di una somma verità, con il potenziamento dell'Io, ma al contrario con la riconciliazione con il proprio essere pulsionale.

L'oblio dell'Io e dei suoi miraggi immaginari svuota e nello stesso tempo libera, ridimensiona ma apre la via ad un'intensità e possibilità espressive del tutto inedite.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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