La fine dell'analisi

Secondo Jacques Lacan le analisi finiscono. Al di là delle interruzioni, sempre possibili, esiste la possibilità di una loro conclusione logica. E, come in ogni logica, la fine non è senza rapporto con l'inizio, la conclusione non è senza legame con le premesse.

Le analisi iniziano con il transfert. C'è un investimento sulla figura del terapeuta, colui che è "supposto sapere" una verità sul desiderio che sfugge al soggetto che domanda. Il quale, invitato a dire tutto quel che gli passa per la testa, abolendo ogni controllo razionale, si ritrova a non saper più quel che dice. Il sapere in partenza è tutto dalla parte dell'analista, il soggetto brancola nel buio.

Il lavoro analitico determina, in un movimento circolare progressivo, un passaggio da tale mancanza di responsabilità rispetto al proprio dire ad una sua assunzione profonda. Non c'è vera analisi se questo rovesciamento non avviene ripetutamente al suo interno. Si tratta di prendere sul serio ciò che si dice senza pensare, ciò che proviene dal nostro inconscio. Il soggetto autenticamente analizzante reperisce come propri moventi, desideri, pensieri che non ha formulato intenzionalmente e non si giustifica pensando " io non c'entro nulla". Anzi, si ritrova proprio là dove si smarrisce. Gradatamente inizia a conoscere, a sapere bene quello che dice, fino a non potersi più ritenere non implicato nei suoi detti.

Prendere su di sè la propria verità più scabrosa, quella che vorremmo ricacciare indietro, ha degli effetti. Se la domanda nel primo tempo è legata sempre ad un'impasse in relazione al desiderio (non so che voglio, sono sempre insoddisfatto oppure lo so bene quel che vorrei ma non so come realizzarlo, sono inibito), attraverso la disciplina imposta dall'analisi (che spinge implacabilmente ad ascoltarsi davvero senza scuse) il desiderio si risolve. Il desiderio cioè può giungere ad una soddisfazione, può cedere il suo aspetto di difesa, di limite nei confronti del godimento. La risoluzione del desiderio coincide sempre con la riconciliazione con il godimento. Il che non determina uno sfondare gli argini per darsi ai piaceri più sfrenati. Poter godere vuol dire poter affidarsi alla pulsione, poter darle spazio, diritto di parola e d'azione. Lasciarsi andare, farsi superare per poter finalmente creare, dare vita ad opere, assaporare la soddisfazione...

La fine dell'analisi allora coincide con il sapere pienamente ciò che si dice. Il soggetto ormai sa quello che vuole. Ma non si tratta qui in realtà di un potenziamento del soggetto, piuttosto di una "destituzione soggettiva". Il soggetto acconsente alla pulsione, cede sulla padronanza, realizzandosi si perde, in un certo senso muore. Correlativamente il "soggetto supposto sapere" incarnato dall'analista decade, si eclissa, lasciando intravedere, con la caduta di tale sembiante, l'oggetto pulsionale che ricopriva, quel frammento invisibile che sempre ci muove verso qualcosa o qualcuno.

Il rapporto particolare con il sapere che l'analisi instaura dunque modifica profondamente quello con il soddisfacimento. Dire tutto, dire più di quanto si sappia cura, sblocca, guarisce. Ciò avviene però a certe condizioni. Se parlare in sè è terapeutico, nella misura in cui parlando a qualcuno che ascolta i pensieri vengono messi in forma, non è detto che ciò basti per innescare un cambiamento rispetto alle modalità sintomatiche di affrontare la vita. Tale modificazione si dà solo se l'analizzante riesce a guardare coraggiosamente la parte che gioca inconsciamente lui stesso nel perpetrare la sofferenza che lo mette in scacco.

E cos'è guardare la propria parte se non rendersi responsabile del proprio inconscio? Dargli diritto di cittadinanza? Chiudere con le difese, cessare di mettere la testa sotto la sabbia? Provare a vivere? A rischiare la partita?

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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