Terza età

Il corpo è cambiato, non è più quello di una volta, scattante, forte. L’immagine di sé pure non corrisponde più a quella che ha accompagnato gli anni centrali della vita. Anche la mente non sfugge alla metamorfosi: la memoria può andare incontro a vuoti, dimenticanze. Capita di commettere sbadataggini, di perdersi. Il ragionamento e il linguaggio si fanno meno graffianti, le emozioni sono più sfumate o al contrario compare un’emotività prima sconosciuta.

Ci si sente fragili, un po’ smarriti e impauriti. Ogni cosa accanto a noi scorre veloce, in un’accelerazione in cui non ci riconosciamo più. Dove corrono tutti quanti? Per andare dove?

E’ vero, siamo diventati vecchi. Apparentemente, in questo mondo che insegue eterna giovinezza, forza, benessere, prestazione, che tenta così di rimuovere l’inaggirabile fragilità umana, non abbiamo più posto. Ma è davvero così?

La nostra esperienza passata, la nostra saggezza, il nostro attuale incedere lento e timoroso non servono proprio più a niente e a nessuno?

La trasformazione a cui siamo andati incontro va vista per forza come un meno? Perché non la possiamo godere così com’è, come una nuova stagione, un grande mutamento che comporta anche delle ricchezze ed acquisizioni?

Spesso la persona anziana va incontro a solitudine e depressione. Soprattutto dopo la perdita del coniuge, sente di non avere più valore agli occhi degli altri, di essere diventata un peso. Teme di infastidire con i suoi racconti a volte troppo lunghi, con il suo bisogno di comunicazione e di tenerezza.

Una psicoterapia, anche in quest’ultima stagione della vita, può aiutare a riscoprire il proprio valore che si pensava perduto, a recuperare serenità e fiducia, a vivere nella sua pienezza l’era della saggezza, della lentezza, dei ricordi, del fluire sommesso delle ore.

Anche quando compare la malattia e la morte si fa più vicina ci si può concedere di chiedere aiuto. Sono questi i momenti in cui più abbiamo bisogno della presenza e dell’ascolto di un altro essere umano. Che in quanto altro e al di fuori del proprio ambiente non ci chiede niente, non giudica, ci può donare una differente visione delle cose ed un’accoglienza del nostro dolore. Il quale, così, trova un posto, una collocazione, una possibilità di sfuggire, almeno in parte, all’insensatezza della fine.

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