La depressione nella terza età

Quando comincia la terza età? Domanda difficile, perché oltre all’età anagrafica per stabilire il grado di “giovinezza” di un individuo è necessario tenere conto dei fattori psicologici, vero motore di vitalità al di là degli anni e delle magagne di salute.

C’è dunque una tale variabilità nelle reazioni al tempo che passa che è impossibile definire con precisione quando cominci la così detta vecchiaia. Oggi vediamo sempre di più over sessanta che si innamorano, che viaggiano, che hanno energie per nuovi  progetti ed un rinnovato entusiasmo  nei confronti delle sorprese che riserva la vita. Spesso tale rinascita avviene dopo un periodo difficile, oscuro, magari segnato da lutti e separazioni. Se una volta dopo certi eventi ci si considerava “finiti”, ai nostri giorni è possibile ricominciare, soprattutto se il contesto di appartenenza è una città culturalmente aperta.

Ma anche il settantenne e poi l’ottantenne possono vivere nuove primavere, incontri affettuosi, una gamma di esperienze che pur nella loro modestia e semplicità mantengono in contatto con l’altro, con l’altro in carne ed ossa e con il contesto sociale più allargato, con il mondo emotivo e la realtà concreta del tempo presente.

Verrebbe da dire che sia tutta una questione mentale questa terza età; chi ha la fortuna di restare mentalmente lucido e di non venir aggredito da malattie degenerative può, grazie ad un buon equilibrio mentale, sperimentare una pienezza pur nella parte finale della propria esistenza. E non si tratta di giovanilismo, di patetico inseguimento della gioventù. L’anziano che riesce a trovare una buona stabilità ed armonia non emula il giovane, ha cura di sé ma accetta il tempo vissuto come un bagaglio a volte leggero a volte pesante da custodire nella memoria come un gioiello antico.

La depressione pare quindi il vero pericolo associato all’ultima fase della vita. Non gli acciacchi, le energie limitate, i normali rimpianti, i chiaro scuri che segnano ogni esistenza. La depressione dell’anziano è particolarmente insidiosa perché, se trascurata e non riconosciuta, può cronicizzarsi,  portare via via ad una chiusura che può realmente uccidere. Se un periodo di depressione nel giovane è quasi una tappa obbligata che può far crescere e maturare, che può preludere cioè a trasformazioni profonde e nuovi rilanci, nel vecchio rischia di profilarsi come l’anticamera della morte.

Tipicamente è la perdita a scatenare la melanconia senile. E non solo quella del coniuge, ma più spesso quella dei figli, soprattutto per le donne. Se tutta la vita era stata dedicata alla famiglia a discapito della realizzazione personale e della coppia, può accadere che il distacco dalla prole ormai più che cresciuta vada oltre la semplice sensazione del “nido vuoto”. Ciò vale soprattutto per i genitori diventati tali in là con gli anni; figli voluti, ricercati come compensazioni a vuoti e carenze sul piano sentimentale e/o di compiutezza esistenziale in senso più ampio.

La propria vita viene dolorosamente riletta e antichi conflitti che parevano risolti, tamponati dall’esperienza quotidiana e “terapeutica” della cura, risaltano fuori potenziati dalla sensazione di non poter tornare più indietro, di non avere più chance, di essere, in una parola, destinati al grigiore e al deperimento senza più uno scopo. I nipoti in quest’ottica sono un rimedio, nella misura in cui riattivano il vecchio meccanismo di compensazione attraverso la premura e la sollecitudine verso qualcuno. Anche gli animali d’appartamento svolgono questa funzione di surrogati affettivi, cuscinetti che ammortizzano la solitudine.

Ma, al di là dei sostituti nel tentativo di colmare i vuoti, certe manifestazioni depressive restano, e si palesano sotto la forma di “cadute” improvvise dell’umore, in atteggiamenti svogliati oppure  rabbiosi. Il rapporto col coniuge si carica di venature francamente aggressive e recriminatorie, di ostilità e intolleranza, sia che questi sia ancora in vita che, in molti casi, egli sia già morto da un pezzo.

Il partner viene accusato di essere la causa del fallimento delle proprie aspirazioni, senza considerazione obiettiva del proprio contributo e tornaconto nell’aver mantenuto una situazione frustrante. La percezione di essere stato vittima della cattiva sorte si impadronisce dell’anziano, portandolo ad assumere in toto uno stile di pensiero negativo. I rapporti umani vengono così  rifuggiti perché “tanto ormai” , la cura di sé e della casa trascurata così come gli orari che normalmente scandiscono il tempo. Le giornate diventano disordinate, caotiche, il giorno che si confonde con la notte e viceversa,  il tutto col sottofondo di una televisione perennemente accesa nell’illusione di una qualche  compagnia. Un abbruttimento che ingenera un circolo vizioso; parenti e amici si allontanano, l’anziano misantropo resta drammaticamente solo.

Paradossalmente vediamo come sia più facile superare la depressione da parte di chi ha avuto una relazione tutto sommato positiva con il partner. Magari non era stato l’amore della vita, magari si trattava di un affetto tranquillo e non passionale, tuttavia il legame era all’insegna del bene e del sostegno reciproco. Malgrado l’enorme vulnerabilità e il dolore oceanico a cui è esposto l’anziano con la scomparsa del suo coniuge così ben voluto, diventato in più una sorta di altra metà di sé,  la reazione depressiva viene superata proprio grazie a ciò che di bello aveva unito la coppia. In soccorso arrivano i ricordi positivi, e l’anima può trovare la giusta pace e serenità per andare avanti nonostante la solitudine, per riaprirsi alla comunità e trarre ancora qualche gioia nell’esserci.

La psicoterapia ultimamente viene sempre più richiesta  anche per la cura degli anziani. “Per”  gli anziani e non “dagli” anziani perché ancora, nella maggior parte dei casi, sono i parenti, i figli, gli amici, i vicini di casa, a volte gli assistenti sociali stessi a contattare lo psicologo per una consulenza. Di norma il grande vecchio depresso rifiuta un aiuto simile, arriva arrabbiato, demotivato e stanco. Ma al fondo, non di rado, desidera disperatamente un aiuto.

La terapia sarà allora all’insegna sicuramente dell’ascolto. Dal mutismo difensivo è facile che si passi ad una parola letteralmente “torrenziale” , la maschera diffidente e ostile finisce per animarsi, per sciogliersi suo malgrado  perfino in sorrisi.

Ma tale rovesciamento si attua solo se il terapeuta è disposto ad offrire un ascolto empatico, partecipativo, sorretto da una buona quota di fiducia ma nemmeno bonariamente sottovalutante la portata del carico di dolore del vecchio. Il legame che si viene a creare può, con il suo effetto vivificante, aprire un varco nel muro eretto contro ciò che resta da vivere per infine venire a patti, almeno una volta nella vita,  con ciò che è stato.

Male oscuro

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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