La patologia del giovanilismo

Il dilagante materialismo tipico dei nostri giorni esalta la giovinezza come il periodo in assoluto  più desiderabile dell’esistenza umana.

Alcune caratteristiche che corrispondono all’esser giovani, come  bellezza, forza e leggerezza, sono incontestabilmente ritenute il massimo di ciò che ci si può aspettare dalla vita.

Il post giovinezza in quest’ottica è ridotto a pura ombra di ciò che fu, un pallido rimasuglio di uno splendore ormai definitivamente tramontato.

Giovanilismo contemporaneo

Una conseguenza di questa esaltazione a senso unico è il fenomeno del cosí detto “giovanilismo”, ovvero la tendenza (diffusa soprattutto fra gli over quaranta) a ricercare od  ostentare un aspetto fisico e dei modi di fare tipici del giovane.

Nessun quarantenne o cinquantenne contemporaneo (anche il più consapevole e meno edonista di tutti)  può dirsene del tutto esente. Tutti coloro che oggi si possono definire degli adulti sono inconsciamente influenzati da tale mentalità. I più evoluti la possono riconoscere e mettere in discussione, possono tentare una qualche  resistenza, in ogni caso ne saranno sempre sottilmente influenzati.

E non tutto di questo “giovanilismo” è da criticare, nella misura in cui il mantenimento di un buon livello di cura di sé e di vivacità di spirito possono senz’altro denotare una vitalità che non cede troppo il passo agli anni e alle fatiche della maturità.

Giovanilismo patologico

Dove si situa allora il problema? Il “giovanilismo” diventa patologico quando si sgancia dall’accettazione di fondo delle trasformazioni fisiche e psicologiche correlate al raggiungimento di una certa età anagrafica.

Dunque  cura della bellezza, coltivare una certa leggerezza nonostante i dolori della vita,  voler avere ancora la forza di progettare, di guardare avanti con entusiasmo, perfino innamorarsi sono accadimenti preziosi se si inseriscono in un orizzonte di accoglienza e non di odio nei confronti dei cambiamenti a cui si è andati incontro.

Sciatteria, rinuncia, pessimismo e aridità non devono necessariamente accompagnare l’essere umano nel suo percorso di vita. Se cosí fosse allora sí che l’unica tappa sensata sarebbe quella della giovinezza, prima del baratro della mezza e terza età. La grazia, la gioia non hanno in sé età, l’errore sta nell’associarle indissolubilmente alla gioventù, alla pelle fresca e agli ormoni in piena attività.

I colori forti della prima parte della vita non sono gli unici ad essere belli, sono semplicemente i più accesi. Altre tonalità, sfumate, pastello, anche francamente spente od opache possiedono un fascino tutto loro, discreto, non squillante, eppure altrettanto dotato di magia.

Il lavoro del lutto

Dunque chi ha cura di sé sotto vari punti di vista pur nel trascorre degli anni sta omaggiando il valore di ciò che ancora  c’è, senza rimpianti verso quello che è ormai passato e che fa parte del bagaglio dei ricordi (che può avere colui a cui è concesso il privilegio di invecchiare).

L’atteggiamento equilibrato indica la capacità di fare il lutto del passato, di lasciarlo andare, pur conservandolo nella memoria come una pietra preziosa.

Il giovanilismo contemporaneo rischia dunque di rivelarsi dannoso per coloro che, per vari motivi, fanno fatica a compiere questo lavoro del lutto.

Le rughe, il carattere che da irruente si fa posato, le emozioni che anziché somigliare a montagne russe paiono più dolci colline, la potenza sessuale che lascia sempre più spazio all’amore  sono cambiamenti che vengono rigettati.

 “Voglio essere come da giovane!” è il lamento di molti, donne e uomini.

La ricerca ossessiva

E allora ecco la ricerca ossessiva della forma perduta, che, lungi da tradursi in una valorizzazione di quella attuale, mortifica, stravolge, abbruttisce.

Non poche donne arrivano in terapia dopo inutili ritocchi dai chirurghi plastici, avvilite non solo per i risultati deludenti, ma per aver stravolto un volto o un corpo non più giovane ma che era il proprio.

Molti uomini cadono invece nella trappola dell’unione con la donna di vent’anni più giovane, spesso immatura e decisamente noiosa ma ricercata unicamente per il tuffo nella gioventù. Eccoli arrivare in terapia con i jeans strappati, sicuramente alla moda ma profondamente depressi  e con il  portafoglio vuoto, tanto hanno investito in gadget per restare al passo della scatenata ventenne.

Le vittime del giovanilismo sono coloro che non riescono ad amarsi e ad amare. In loro prevale una concezione estremamente cinica della vita, per cui valutano se stessi e gli altri come cose, come merci che, se difettate, non valgono più, sono da buttare e sostituire.

Difficile insegnar loro ad amare il difetto come segno di  particolarità. Tuttavia, le debacle a cui vanno incontro, se affrontate col coraggio di guardare il carico inevitabile di disperazione di scelte e atteggiamenti avventati, possono aprire la via a modi più pieni di vivere gli anni a venire.

Impossibile invece intervenire quando da un abisso si sprofonda in un altro, in un circolo vizioso in cui una quota di godimento si è ormai  fissata nell’inseguimento senza fine e senza  successo dei fasti del passato.

Maschere di cera al tramonto,  dai cuori pietrificati e  la cui unica religione è il possessoi oggetti o di persone usate come cose non sono più trattabili, sempre che in extremis non accadano miracolosi ravvedimenti.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

Via della Moscova 40/6 • 20121 Milano
N. iscr. Albo Ordine degli Psicologi 03/8181 • Partita Iva 07679690961