Malinconia e insoddisfazione

La malinconia, (termine da intendersi non nell’accezione psichiatrica di depressione psicotica) quando si unisce all’insoddisfazione cronica, si configura come uno stato d’animo di “vaga tristezza”, un indugiare talvolta compiaciuto, intriso di tedio verso chiunque e qualsiasi cosa.

Il mood annoiato porta un certo ripiegamento su se stessi, una ricerca della solitudine unitamente ad una sensazione di vago rimpianto verso scelte ed occasioni ormai perdute.

Il lasciarsi andare al pensiero nostalgico di ciò che non è stato diventa la scusa per non attivarsi pienamente nel presente, per disprezzarlo e guardarlo come un peso, una monotonia, un mortorio.

Le giornate si trascinano in un sommesso lamento, l’energia si riduce al minimo, il lavoro e gli impegni si trasformano  in incombenze da affrontare controvoglia.

Non siamo ancora al livello della depressione clinica: il “malcontento” fa tutto ciò che deve fare, non si paralizza completamente, ospita però in sé una carica negativa e pessimistica che appesantisce lui e tutto il suo contesto relazionale.

Molto spesso una quota di irritabilità va a completare il quadro: la frustrazione percepita internamente, non pienamente riconosciuta ed assunta,  spinge nel trovare una causalità esterna. Ecco allora il prendersela con gli altri o con gli oggetti, ritenuti (se non gli esclusivi)  gli ulteriori ostacoli nel proprio sventurato cammino esistenziale.

Alla base di questa condizione si riscontra frequentemente una problematica a livello narcisistico. L’infelice annoiato non è un pover’uomo privo di mezzi o un soggetto ripetutamente colpito dalla sfortuna.

Si tratta spesso di persone apparentemente “arrivate”, che hanno molte cose “belle”, la famiglia, la casa, la macchina, il lavoro…La vita non li ha mai davvero messi alla prova, o quando lo ha fatto essi sono riusciti a dribblare abilmente il colpo, non imparando nulla in termini di maturazione profonda e accumulando una scusa in più per continuare nell’atteggiamento vittimistico.

Le cose, gli oggetti sono dunque usati come protesi aventi una funzione riparatrice nei confronti di una mancanza sentita internamente. Tale potere compensatorio tuttavia si rivela transitorio e dunque insufficiente, inchiodando spesso alla dipendenza, al consumismo o al ricorso a sostanze di auto cura come il cibo o l’alcol.

Di che mancanza si tratta? Al fondo il problema è il “narcisismo leso” con cui gli insoddisfatti cronici non riescono a fare pace.

La mente di queste persone è ingombrata (e lo è stata fin da bambini) da un’ideale di sé troppo alto. Esse si confrontano inavvertitamente ma costantemente con un’immagine a cui pensano di dover corrispondere, immagine dotata di attributi splendenti e di felicità permanente,  qualità eccezionali candidate al successo, al consenso e all’indiscussa amabilità.

L’impatto con la realtà deludente, con la constatazione della propria mediocrità in confronto alla “perfezione” agognata, con l’indifferenza e talvolta pure con il rifiuto da parte dell’altro,  spinge verso i territori dell’apatia e della tristezza.

Anche quando certi traguardi in termini di successo sono raggiunti nel reale,  essi non sono sufficienti a rammendare la lesione, perché essa è interiore e non ricomponibile.

Ciò che è venuto a mancare nell’infanzia è l’esperienza di essersi sentiti amati per quello che si è, debolezze, limiti e stranezze compresi. Non vezzeggiati e viziati, ma voluti bene autenticamente, nonostante le meritate punizioni e i rimproveri dal valore educativo.

La percezione di valere a prescindere da tutto e in parallelo il sentimento che la vita abbia senso sempre e comunque sono infatti legate all’essersi sentiti  amati senza condizioni dall’altro durante i primi anni di vita.

Più tale amore invece  era subordinato alla performance, più la valutazione di se stessi e della vita si misurava con il criterio dell’affermazione e dell’adesione agli standard proposti dal sociale.

Una buona immagine di sé, per sostenere e mantenere un ottimismo basale, un piacere di vivere e una positività pur nei momenti difficili, non deve essere necessariamente piena di attributi positivi.

Essa deve piuttosto “sopravvivere” al ridimensionamento narcisistico che la vita prima o poi impone a tutti,  ai più dotati e ai più modesti. Ed è più facile che resti in piedi se essa una volta è stata accolta senza esitazioni.

Se il dono di questo amore senza tentennamenti non è stato ricevuto si è allora condannati alla malinconia perenne? Di fatto no. Una propensione alla malinconia senz’altro resta, ma un lavoro su se stessi  può fare moltissimo per non lasciarsi influenzare dal negativismo, spogliandolo del suo carattere di evidenza e andando alla sua radice.

Spesso il lamentoso preda dell’accidia suppone che il proprio malessere sia giustificato dalla propria condizione di vita, per altro il più delle volte in realtà non così negativa.

Nel momento in cui apre gli occhi, riuscendo a vedere che non è fuori da sé la causa del suo male, ha già fatto metà del lavoro. E può ricominciare a valorizzare con nuovi occhi ciò che c’è.

Magari al contrario  può scoprire effettivi motivi di infelicità. Era così preso da soddisfare qualcuno che non fosse lui stesso,  da aver compiuto scelte esteriormente vincenti ma non autentiche, soffocando i suoi desideri e i suoi sogni più veri.

Troppo tardi per cambiare? A volte accade, certe scelte comportano responsabilità non abdicabili, soprattutto quando ci sono altre vite di mezzo.  

Ma non tutto è mai totalmente perduto, anche quando la vita mette davanti prove complesse.

L’importante è riuscire a ridimensionare gli ideali ingombranti, a perdonarsi e a perdonare.

Alleggerendosi, lasciandosi andare alla bellezza che la vita può offrire nella sua imperfezione, nella sua originalità imprendibile dagli schemi e dalle attese umane.

Male oscuro

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

Via della Moscova 40/6 • 20121 Milano
N. iscr. Albo Ordine degli Psicologi 03/8181 • Partita Iva 07679690961