L'ossessivo e il suo desiderio secondo Lacan

In questo breve articolo proviamo succintamente ad abbordare la questione del complesso rapporto fra il soggetto ossessivo ed il suo desiderio a partire da alcuni stralci tratti dal Seminario V di Lacan.

L'ossessivo risolve la questione dell'evanescenza del suo desiderio facendone un desiderio interdetto. Egli lo fa sostenere dall'Altro, precisamente tramite l'interdizione dell'Altro.

Lacan qui ci dice senza mezzi termini che si tratta di un desiderio interdetto, vietato. Tale interdizione viene attribuita all'Altro, non assunta dal soggetto stesso. "Non si può" perché la Legge dell'Altro stabilisce così. "Vorrei" fortemente ma, dato che seguire il mio desiderio fino alla fine implicherebbe una qualche violazione della Legge e dunque la perdita della garanzia offerta dall'obbedienza, ci rinuncio.

Ogni volta che emerge il suo desiderio sarebbe per lui l'occasione di questa proiezione o di questo timore di ritorsione che ne inibirebbe tutte le manifestazioni.

Il timore di ritorsione da parte dell'Altro implica un'inibizione di tutte le manifestazioni del desiderio: il soggetto se ne distacca tramite dei meccanismi difensivi di annullamento ed isolamento dell'affetto. Il che equivale a negare e a raffreddare ogni spinta desiderante, fino all'azzeramento, alla totale mortificazione.

Nella misura in cui egli prova, nelle vie che gli sono proposte, ad accostare l'oggetto, il suo desiderio si attutisce, fino all'estinzione, alla sparizione. Direi che l'ossessivo è un Tantalo...

Un Tantalo, ecco l'immagine che rappresenta in definitiva l'altalena fra l'ossessivo e il suo oggetto di desiderio. Nella misura in cui si avvicina l'oggetto si ritrae, gli sfugge. L'eccessiva prossimità all'incandescenza lo spinge automaticamente ad allontanarsi, in un repentino raffreddamento della fiammata.

Ora, l'illusione, il fantasma stesso che è alla portata dell'ossessivo, è in fin dei conti che l'Altro in quanto tale sia consenziente al suo desiderio.

Se l'Altro fornisse il consenso, il plauso, allora sì che l'ossessivo potrebbe avvicinarsi al suo oggetto. Ma tale convalida non è possibile, nella misura in cui è connaturata al desiderio stesso una spinta sovversiva. Desiderare significa sempre voler superare un limite, spingersi più in là, compiere un atto contro ogni logica del bene e dell'utile. Il desiderio è soggettivo, è il cuore del soggetto, dunque si trova ad essere strutturalmente in opposizione alle aspettative dell'Altro.

Ciò che l'ossessivo vuol mantenere innanzitutto senza averne l'aria, avendo l'aria di mirare ad altro, è questo Altro in cui le cose si articolano nei termini di significante.

Mantenere l'Altro è quindi la priorità dell'ossessivo. Sembra che abbia altre mire, che voglia delle cose sue, ma al fondo punta soltanto a far esistere l'Altro con la A maiuscola, ovvero una Legge senza scarti, una regola universale che dia ragione di tutti i comportamenti umani e li incaselli sulla base del "giusto" e dello "sbagliato". Il suo ideale è un mondo articolato esclusivamente nei termini di significante, un mondo cioè spurgato dalla pulsione, dal germe del desiderio, dalla divisione umana, dalle contraddizioni e dal caos. E cosa è un mondo privo di tutto ciò se non una terra desolata, un paesaggio lunare, un mondo morto?

Quello che l'ossessivo cerca di ottenere nell'exploit è precisamente quello che poco fa chiamavamo il permesso dell'Altro. La soddisfazione che cerca di ottenere non si classifica affatto sul terreno dove l'ha ben meritata.

L'ossessivo si ingaggia, per ottenerne il permesso e dunque per far esistere l'Altro, in tutta una serie di compiti particolarmente duri, spossanti, in cui risulta bravissimo. La finalità è avere l'Altro come testimone invisibile, come spettatore che dica che è proprio un tipo in gamba! La ricerca del consenso esula dalla mera performance, ma travalica in un altro campo, quello dell'essere. L'ossessivo vuole essere domandato dall'Altro, vuole esserne l'oggetto prezioso.

Si tratta di far discendere l'Altro al rango di oggetto e di distruggerlo. L'articolazione che lo fonda si chiude sulla distruzione dell'Altro, ma poiché è un'articolazione significante, al contempo essa lo fa esistere.

Il far esistere un Altro pieno, compatto, tutore della Legge, va di pari passo con la sua distruzione. Questa è la famosa ambivalenza dell'ossessivo, che da una parte erotizza la Legge, la cerca, la adora, dall'altra la odia, la percepisce come una castrazione intollerabile. In filigrana rispetto al rapporto con la Legge c'è quello con il padre, amato ma nello stesso tempo odiato in quanto rivale in rapporto alla madre.

Il desiderio dimostra qui di portare il marchio che il desiderio è stato innanzitutto accostato da lui come qualcosa che si distrugge, in quanto gli si è presentato come quello del suo rivale. L'approccio dell'ossessivo al proprio desiderio rimane dunque segnato da questo marchio che fa sì che ogni approccio lo faccia svanire.

L'ossessivo fin da bambino entra nel desiderio sotto la stella dell'odio e della distruzione. Il desiderio dell'Altro, quello del suo rivale, si salda a fantasmi di distruzione. Aggressività e desiderio si legano in un impasto difficile da sciogliere, che lo condanna a tenersi a distanza rispetto al desiderio attraverso una sistematica opera di distruzione del proprio e dell' altrui. Sì, perché anche il desiderio dell'Altro viene sottoposto ad un azzeramento, attraverso un sordo attacco, un'usura permanente che tende ad ottenere nell'altro l'abolizione, la svalutazione, il deprezzamento del proprio desiderio.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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