Il desiderio più forte dell'analista

Jacques Lacan più volte paragona l'arte dell'analisi a quella esercitata dal maestro zen. Tocca a chi intraprende un'analisi cercare la riposta alle proprie domande. Solo quando è sul punto di trovarla ecco che l'analista può intervenire. L'apatia analitica, il silenzio dell'ascolto si spiegano così: dare parola al soggetto, fargli sperimentare la libertà di dire, con tutta la difficoltà connessa al suo pieno esercizio.

L'analista fa il morto, non è morto. Prova dei sentimenti amorosi o di franca avversione ma non li agisce nè con la parola nè con le vie di fatto perché " posseduto da un desiderio più forte dei desideri di cui potrebbe trattarsi". Grazie alla sua analisi personale non si è distaccato dalle passioni, che al contrario riconosce ed accetta. Semplicemente non ne è più schiavo, l'automatismo di ripetizione si è allentato, consentendogli l'accesso ad un desiderio più forte dei desideri.

L'analista non è dominato dal desiderio di curare, di alleviare le sofferenze, di fare. Sa che dietro ad ogni spinta salvifica c'è un'inconscia volontà di dominio e di controllo sull'altro, che si traduce in sopraffazione, in passivizzazione. Il desiderio più forte va oltre la cura, oltre il soccorrere, oltre il guarire, oltre il dare, oltre il rispondere ad una domanda. Va nella direzione della pazienza, dell'attesa, del rispetto, del non volere nulla, della mancanza, del sostare nell'indeterminazione, dell'esserci senza esserci.

Per questo nella formazione di un analista contano sì l'esperienza e la preparazione, ma soprattutto il grado di confidenza raggiunto con la propria mancanza. È la sua capacità di vivere la solitudine (senza fuggirla e senza al contempo trasformarla in fuga dal mondo) che gli consente di entrare in contatto con la solitudine altrui, con la sofferenza di chi è schiavo delle catene dell'Altro, con chi si è perso in mare aperto, con chi non riconosce più come suo il proprio nome. Quello che fa non è gettare un salvagente, non è dare un altro nome.

L'analisi non lega alla persona dell'analista, e se ciò accade si tratta di un fenomeno transitorio. L'analista distoglie dall'interesse verso la propria persona, sempre. Si comporta come Socrate verso le profferte d'amore di Alcibiade, che le riconosce come rivolte non a lui, ma a qualcosa che va oltre lui, il sapere che lui ha. Questo è il transfert nella sua natura amorosa, di medium verso la conoscenza.

Ecco che alla domanda di nutrimento in analisi non si risponde con il cibo, proprio perché dietro ad ogni domanda di qualcosa c'è sempre un fondo vuoto, una domanda di niente, un al di là che non può essere soddisfatto. Se un analista rispondesse alle richieste di aiuto dando dei consigli farebbe collassare tutto il lavoro su un piano di realtà. Non solo prenderebbe lui in carico il lavoro al posto del paziente, ma tutto ciò che potrebbe dire verrebbe scartato come inutile, ragionevole, certo, razionale, ma a conti fatti inutile.

"È più forte di me" dicono le persone che soffrono di alcuni comportamenti che percepiscono come insensati e controproducenti ma di cui non sanno fare a meno. L'automatismo di ripetizione, la pulsione di morte di cui sono schiavi appare più forte di ogni razionalità. L'io è impotente a porre rimedio al comando interno. Come potrebbe riuscire un altro, fosse anche un terapeuta, se già lo stesso soggetto ha fallito?

Chiedere aiuto per fronteggiare il demone della ripetizione non può allora ridursi ad un far fare il lavoro sporco ad un altro. Non può prescindere dalla responsabilità di chi domanda, da una sua implicazione. È necessario.
Il paradosso dell'analisi sta qui. Il soggetto la fa da solo, ma non senza l'Altro. Perché il piano su cui si gioca è quello dell'inconscio, di ciò che ancora non si sa, di ciò che agisce silenziosamente. E l'inconscio, come insegna Lacan, è il discorso dell'Altro. È l'incidenza dell'Altro sulla vita del soggetto. Che non si può dunque scoprire se non in presenza dell'Altro, il quale riabilita tale discorso semplicemente accogliendolo, ascoltandolo.

Tale riattualizzazione piano piano depotenzia il potere di ieri, la sua determinazione. Ed in questo "piano piano" c'è tutta la tortuosità di un viaggio di elaborazione psichica di cui l'analista è l'invisibile supporto, il testimone, lo sfondo.

Cerca nel sito

Seguimi su

Articoli più letti

Cedere alla depressione, la via più facile

Lo psicoanalista francese Jacques Lacan sosteneva che la depressione in molti casi, quelli più comuni e meno gravi, fosse la conseguenza di una sorta di " viltà morale", legata alla fatica di sostenere la vitalità del proprio desiderio più intimo.

La forza del non agire

Nel nostro modo di pensare è radicata l'illusione che la forza dell'uomo consista nell'azione, ovvero nella risolutezza del fare, nell'essere presi da mille impegni e attività. La sopportazione di compiti e ritmi estenuanti è associata all'idea di una volontà forte, che sa porsi degli obiettivi e sa conseguentemente raggiungerli, a costo di enormi sacrifici. La fretta domina la scena, tutto si deve portare a termine entro scadenze ben precise, e più si fa meglio è. I contesti produttivi, le aziende, il mercato funzionano così: il profitto prima di tutto.

Depressione e rinuncia

Alcune forme depressive, soprattutto quelle che assumono la connotazione di un sottofondo permanente di noia e di infondatezza esistenziale, sottendono l'aver girato le spalle alla possibilità di essere autenticamente felici. In un preciso momento della vita si sono cioè portate avanti delle scelte all'insegna della paura.

La depressione: un affetto molto umano

In psicoanalisi parliamo più di affetto depressivo che di depressione. La depressione è un affetto perché è intimamente legata al nostro sentire, alla sua gamma di tonalità e sfumature.A rigore dunque non è una malattia ma una possibilità strettamente connessa alla natura umana.

Depressione e conformismo

Sempre più frequentemente capita di osservare, nelle forme di malessere contemporaneo, un'associazione fra stati depressivi e tendenza ad assumere comportamenti conformistici, che riflettono cioè un adeguamento acritico alle maschere sociali imperanti nel proprio ambiente di riferimento.

Lutto e depressione: somiglianze e differenze

 

Uno stato luttuoso successivo ad una perdita, sia essa di una persona, di un lavoro o di una condizione esistenziale, spesso ad un occhio non esperto non appare distinguibile dalla depressione. In comune vi sono infatti alcune manifestazioni tipiche: un profondo e doloroso scoramento, una perdita di interesse per il mondo esterno e per la maggior parte delle attività quotidiane e un affievolimento della capacità di amare.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

Via della Moscova 40/6 • 20121 Milano
N. iscr. Albo Ordine degli Psicologi 03/8181 • Partita Iva 07679690961

Note legali

Gli articoli, i post, i pensieri in versi e tutti i contenuti testuali originali presenti sul sito sono di esclusiva proprietà della dott.ssa Sibilla Ulivi, ed è vietato copiarli o distribuirli.
Vedi le Note legali.