Il presente che cura

Saper cogliere il presente. È una risorsa, è un punto d'arrivo dicono i grandi insegnanti della psicoanalisi, ma anche, con linguaggi diversi, scrittori, filosofi, mistici e poeti. Una cura che dà esiti positivi ha sempre come ricaduta un maggior ancoraggio alla dimensione particolare della propria vita. Che si traduce in valorizzazione di ciò che c'è, in alternativa, in opposizione all'insoddisfazione perenne che porta invece a mancare costantemente l'incontro con la pienezza del momento.

Esserci, totalmente, qui ed ora, è un dono innato o un' acquisizione frutto di un lavoro psichico nel profondo. L'esercizio della parola, quando non è mero lamento o compiacimento o frasi fatte, induce già di per sè una frattura nel bozzolo di chiusura e ripiegamento, costringendo dunque ad un'apertura che si gioca all'interno di un contesto collocato nel presente. Anche se in terapia si spazia fino a toccare epoche remote della vita, anche se il terapeuta è sempre investito di significazioni simboliche ed affettive altre, il tutto si svolge in quella stanza particolare, in quel momento lì. Se il discorso fa presa, se non scivola via, se tocca, se rompe una barriera, se scardina una difesa, accade perché arriva al cuore dell'essere, risvegliandolo.

In alcuni casi dove la tristezza vitale, l'immobilismo, l'affetto depressivo prendono il sopravvento si può sfruttare questo potere della parola per riavviare un seppur minimo dinamismo. Chi soffre di depressione spesso è ingombrato dal passato, ha subito perdite o lutti non superati che lo inchiodano ad un tempo andato. La sua attenzione, i suoi pensieri, i suoi sentimenti non si staccano da qualcosa che più non è, impedendogli di vedere e provare ad amare ciò che resta. La sua libido, freudianamente parlando, rimane incollata all'oggetto perduto, trascinando via insieme ad esso il soggetto stesso.

"Nulla sarà come prima", " tanto ormai", " ora è tardi" sono le frasi dette in terapia, parole di lamento, parole ripetitive, monolitiche, seriali. Non curano, non arrecano sollievo, non incidono, non portano da nessuna parte. Anche scavare nel passato non ha molta utilità, il paziente sa già perché soffre, sa tutto, nessuna sorpresa è possibile. Allora cosa può trasformare questa parola vuota in una piena, in una che smuove davvero, che aggancia all'oggi, all'adesso? Tutto si gioca nell'istante della seduta. Nell'uscita dell'analista dal silenzio, nel suo entrare in una relazione di parola con il suo paziente. Ogni volta con ciascuno in modo diverso, ma ogni volta valorizzando la dimensione dell'hic et nunc dell'incontro.

L'incontro è sempre qualcosa che rompe un automatismo, qualcosa che prima non c'era e dopo il quale tutto cambia. Se andare da un analista diventa un vero e proprio incontro e non solo un impegno da rispettare allora già metà del lavoro è fatto. La libido è messa in gioco, mobilitata, si può staccare un po' dall'oggetto perduto per nuovi investimenti. Il terapeuta è l'oggetto dell'amore del paziente solo simbolicamente, fa da medium fra lui e il mondo, si lascia usare come uno strumento di risveglio dai ghiacci che prima o poi diventerà superfluo.

Quando l'analista non serve più, quando il lavoro è davvero finito, il passato può essere lasciato stare, ormai digerito si può anche dimenticare.
Dalla breccia iniziale, che segna il risveglio e l'inizio del cammino vero e proprio, si arriva ad una riconciliazione con la propria storia. Ciò che è stato non é nè idealizzato nè negato e svilito. Semplicemente fa parte del proprio bagaglio, è accettato come parte di sè.

Allora il presente può essere finalmente abitato nella sua interezza, fin nelle piccole cose del quotidiano. Nonostante le scadenze, gli impegni che tornano ad affollare l'agenda si può aprire la dimensione della calma, del sapersi fermare, del poter sostare in un momento di bellezza negli interstizi di una giornata qualsiasi. Così come si può sperimentare l'abbandono assoluto a quello che si fa, nonostante fatica e noia. Ecco che all'insoddisfazione subentra lo stupore, il guardare a ciò che si ha con occhi sempre nuovi.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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