Inconscio personale e inconscio collettivo

Nel primo capitolo dell’ “Io e l’inconscio” Carl G. Jung istituisce una differenziazione fra contenuti “personali” dell’inconscio e contenuti “collettivi”. I primi sarebbero acquisizioni dell’esistenza individuale, legati alla storia personale di ciascuno, i secondi sarebbero invece del tutto indipendenti dall’esperienza e affiorerebbero in determinati passaggi analitici.
 
Per quanto riguarda gli elementi “personali” dell’inconscio di regola si tratta di contenuti sgradevoli (e perciò rimossi) quali desideri, ricordi, tendenze, progetti ecc…
La loro evocazione è importante nel processo terapeutico nella misura in cui produce un ampliamento nella conoscenza di sé e conseguentemente un’espansione della personalità. Il desiderio di sapere, originato per Jung  dalla percezione di un’inferiorità “morale” e dunque dalla ricerca del “frammento mancante”, è alla base sia dell’esigenza da parte di chi si sottopone all’analisi di assimilare qualcosa dell’ordine dell’inconscio che sfugge che della effettiva possibilità di assimilarlo. Senza tale attitudine non esiste infatti lavoro analitico.

Tuttavia accanto a tali contenuti Jung rileva (grazie ad un’osservazione che lui stesso definisce senza preconcetti) dei materiali che, pur formalmente simili ai contenuti personali, contengono una qualche forma di trascendenza rispetto all’elemento strettamente personale. Essi sono i così detti “archetipi”, ovvero immagini primordiali, impersonali, collettive.

La loro finalità è quella di esplicare un’azione “vitale” sulla psiche, una sorta di funzione “direttiva”,  dotata di un’energia  “transpersonale” in grado di esercitare un’influenza sopra la coscienza “riluttante” alla guarigione tipica del nevrotico.

Esempio clinico

Per far capire al lettore la portata delle sue intuizioni Jung fa riferimento al caso di una giovane isterica, un caso da manuale, di quelli che tipicamente capitavano all’osservazione del medico  un secolo fa. Si tratta di un’isteria non grave, gravata da un classico “complesso paterno”. La giovane cioè è ostacolata da una relazione ingombrante con il padre, che ha tutte le caratteristiche di un rapporto sentimentale. La vita della ragazza è bloccata; ella oscilla tra il padre e un uomo “non molto adatto”.

Si tratta dunque di una ben nota situazione di stallo, di conflitto; la nevrosi coincide precisamente con tale condizione di “arresto vitale”. Sia la volontà che l’istinto sono indeboliti: la paziente non riesce con un atto di volontà a strappare i vincoli sentimentali che la legano  sia al padre che all’altro.  Né tantomeno il suo “istinto” le permette di scivolare inconsciamente verso la guarigione. L’energia psichica finisce per “straripare” in tutte le direzioni, producendo innervazioni somatiche (i classici sintomi isterici).

Occorre allora un motivo che ponga fine all’equilibrio morboso. E qui Jung fa riferimento al transfert freudiano: la paziente trasferisce sulla figura del terapeuta l’immagine paterna, ovvero l’equivalente dell’uomo che non può raggiungere, padre e amante al tempo stesso. Egli viene per questa via sopravvalutato come un redentore o un dio.

Il fenomeno del transfert appare quindi per Jung come “soluzione provvisoria” al conflitto: l’oggetto del conflitto è spostato ed incarnato nella figura del terapeuta. Ma, prosegue Jung, da soluzione il transfert si trasforma ben presto in un “arresto pernicioso” quasi quanto il conflitto nevrotico.

È invero un po’ troppo essere in pari tempo padre ed amante.  Nessuno alla lunga ci riesce, appunto perché è troppo. Bisognerebbe effettivamente essere un semidio per rappresentare questa parte alla perfezione: bisognerebbe essere in grado di poter dare senza interruzione

Dunque nessuna soluzione del conflitto ma solo un suo trasferimento; effetto terapeutico transitorio, “fattore salutare” provvisorio, che promette la possibilità della guarigione ma che non è ancora la guarigione.

E a questo punto Jung cita casi in cui il semplice appello da parte dell’analista al puro “buon senso” , al “tu devi” , al  “bisogna”, al “non puoi” ecc… produce l’agognata guarigione. A volte sotto transfert basta un “motivo ragionevole” ad innescare una risoluta decisione volitiva; il paziente di colpo passa alla guarigione e non per effetto di una suggestione. 

Ma nella stragrande maggioranza dei casi, come quello della paziente isterica, tale “salto” non si produce. La traslazione va allora incontro ad un arresto; la paziente improvvisamente non ha più soldi, la terapia è a rischio di interruzione.  
 
Così Jung ha l’idea di prendere in esame i sogni della ragazza. E cosa scopre? In tutti, ma proprio in tutti compaiono invariabilmente la stessa sognatrice ed il suo medico. Quest’ultimo mai del tutto nel suo aspetto naturale, ma sotto la forma di una grandezza soprannaturale, oppure vecchissimo, oppure sotto forma di…vento che la culla.

L’immagine primordiale 

Perché  nell’inconscio ella è così pertinacemente fissata alla figura del padre amante?

E qui vediamo emergere  il punto di sconnessione di Jung con Freud e la relativa intuizione  rispetto all’intervento di qualcosa d’altro, di “transpersonale”.

Freud era un organicista. Per lui l’insistenza del desiderio inconscio (“l’inconscio può soltanto desiderare”) altro non è che l’espressione di una “volontà primordiale, cieca e silenziosa”,  fine a se stessa. Ma cosa Jung si chiede, cosa potrebbe altresì spiegare il trionfo del “punto di vista fantastico” sul “buon senso umano” tipico del sogno?

L’ostinazione del sogno per Jung deve avere un senso finalistico: “non esistono cose veramente vive che non l’abbiano”. Allora il desiderare un dio della sua paziente isterica potrebbe essere spiegato come una passione, sgorgante da un istinto oscurissimo e non influenzato, più profonda e più forte che l’amore per la persona umana…”forse un frammento di quel vero amor di Dio che dal quindicesimo secolo è scomparso dalla coscienza? “

Ecco l’archetipo, l’idea arcaica di un “demone naturale”. Dio come pneuma, come vento, più forte, più grande  dell’uomo, un essere fatto di fiato, invisibile.

La comparsa dell’archetipo nel sogno segnala  che sono in atto degli sviluppi inconsci, che lentamente e al di là della coscienza e della razionalità fanno uscire la psiche della paziente dall’inopportunità del suo legame personale con il padre.

Così il transfert si risolve: Jung si accorge che in contemporanea all’ipotesi dell’azione dell’archetipo qualcosa nel transfert cambia. Nota una specie di “scavo sotterraneo sotto la traslazione”. Una relazione con un amico si approfondisce visibilmente; la separazione diventa possibile e non è né una fuga né una catastrofe, ma un commiato assolutamente ragionevole. La paziente guarisce dalla nevrosi di transfert.

L’indirizzo transpersonale assume allora una funzione direttiva, deviando gradatamente su di sé tutte le precedenti sopravvalutazioni personali e, grazie a questo apporto di energia, acquista influenza anche sopra la coscienza riluttante senza che la coscienza dell’ammalata lo noti.” 

Psicoanalisi junghiana

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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