Il delirio isterico

Il delirio in cui possono transitoriamente scivolare i nevrotici isterici va distinto da quello tipico delle affezioni psicotiche.

Esso si differenzia sia per la congiuntura di scatenamento che lo precede che per la forma con cui si esprime. La violenta tempesta emotiva che lo caratterizza non deve spaventare i clinici o indurli ad etichettare il paziente come psicotico,  benché non vada sottovaluto il rischio di passaggi all’atto per lo più “dimostrativi”, volti cioè ad attirare l’attenzione e/o ad autopunirsi.

Crisi isteriche

Le così dette “crisi isteriche”, momenti convulsi di totale perdita di lucidità con componenti allucinatorie e pseudodeliranti possono essere ricondotte a tali forme di “delirium”. Esse possono variare di intensità, andando da  semplici crisi di pianto accompagnate da lamento a vere e proprie esplosioni incontenibili, in cui disturbi del sonno e turbe somatiche, dolori e somatizzazioni possono sovrapporsi a regressioni infantili e vaneggiamenti. Generalmente tali crisi avvengono in presenza di un partner o di un familiare di riferimento, del tutto impotente nel placare o mitigare la montata drammatica e l’atteggiamento patetico del congiunto.

Ad un occhio non esperto tali scene possono apparire come esplosioni di follia, e da un punto di vista esteriore lo sono senz’altro. Tale follia tuttavia è reversibile, non lascia strascichi sul piano del recupero emotivo, non implica fratture irreversibili con il senso di realtà e non comporta ritiri permanenti e/o appiattimenti di natura psico motoria. L’evoluzione non è dunque in senso schizofrenico e la prognosi resta pertanto buona, nonostante la possibilità del ripetersi delle crisi nel corso dell’esistenza.

Nei casi più gravi si impone il ricovero come possibilità per reintrodurre la calma quando l’ambiente familiare risulta inadatto ad un contenimento efficace. Nonostante nella crisi si possa sempre leggere una tormentata richiesta di aiuto, a volte i familiari restano spiazzati di fronte allo stato di fuori controllo nonché ai continui e violenti rifiuti da parte del soggetto preda della crisi.

Difficile per molti è “stare” accanto senza “fare” o “dire” qualcosa, assicurando semplicemente una presenza granitica e indistruttibile di cui queste persone in difficoltà hanno generalmente un bisogno oceanico. Il paziente si trasforma in un bambino che scalcia, che urla selvaggiamente il proprio dolore con la speranza recondita che qualcuno lo ami così com’ è, evitando di spaventarsi,
di  rimproverarlo o di riempirlo di parole-sermoni.

Se poi si sommano perdite e lutti a livello di questo altro familiare deputato alla difesa del sé infantile la situazione si complica ulteriormente.

Congiunture di scatenamento

Cosa scatena questi stati che vanno oltre la “normalità” e mimano in maniera impressionante la pazzia? Essi vanno inquadrati in una costellazione tipica, che prevede la “compiacenza somatica”, ovvero una tendenza a tradurre il disagio psichico in uno fisico, la “rimozione” come meccanismo di difesa d’elezione rispetto a tematiche che hanno a che vedere con la sessualità, il “senso di colpa” rispetto a moti dell’animo o a pulsioni incompatibili con la coscienza, la “suggestionabilità” e la “teatralità”  che riflettono una dipendenza eccessiva dall’immaginario e dai suoi fumogeni.

Tendenzialmente la grande crisi è preceduta da una situazione di vita atta a risvegliare un senso di colpa rimosso, spesso connesso alla sessualità. Ad esempio una  malattia contratta a seguito di un comportamento sessuale disinibito può essere vissuta come punizione meritata per il peccato commesso, andando incontro ad un’enfasi esponenziale dei sintomi somatici nell’ottica di un’auto punizione inconscia per l’atteggiamento libertino.

Oppure un desiderio inconscio  considerato “inopportuno” tenuto da sempre a bada  che finisce per trovare soddisfazione grazie ad una situazione che nuoce a qualcun altro può innescare altresì le crisi,  che uniscono così  nello stesso movimento senso di colpa e volontà di espiazione con regressione ad uno stato infantile dipendente.

L’indipendenza, il diventare “grandi”, l’assumersi la responsabilità dei propri desideri più personali e dei propri capricci (anche e soprattutto quando “immorali” o contrari alle aspettative sociali) , può risospingere all’indietro verso la ricerca di una condizione infantile riparata. Di fatto la psiche non è pronta, non è matura  ad assorbire il contraccolpo negativo che certe esposizioni necessariamente comportano.

È come se gli atti compiuti superassero l’energia psichica necessaria per fronteggiarne le eventuali conseguenze negative. C’è cioè un “buttarsi” senza paracadute, seguito da un lamento inconsolabile per le ferite non preventivate. Il rifiuto si oppone pertinacemente all’integrazione dei guai commessi; resta un farsi del male masochistico, che prende il posto di una sana assunzione degli aspetti in ombra di sé.

Il desiderio, anche quello più soggettivo, si autocondanna così all’insoddisfazione, allo scacco, all’autogol. Finché il fallimento e l’inconcludenza  hanno la meglio sulla realizzazione
di sé, che implica anche sconfitta o eventi avversi, il lamento può essere usato come scusa per non lottare, andando talvolta ad assumere delle colorazioni particolarmente accese.

Impasse terapeutiche

La terapia da una parte è agevolata dalla capacità di “transfert” sul terapeuta tipica di questi pazienti, dall’altra però è ostacolata pure da tale stesso transfert, che può riproporre anche in terapia la medesima richiesta perentoria di accudimento, accompagnata da fughe e ritorni. La difficoltà sta dunque, nel rispetto delle modalità del paziente, nel renderlo cosciente dei suoi meccanismi inconsci.

Pur avendo ottime potenzialità sul piano elaborativo generalmente l’isterico “scatenato” non ne vuole sapere, preferendo  utilizzare i soliti schemi in maniera coatta per evitare la pena dei  ridimensionamenti narcisistici che l’integrazione di ogni perdita inevitabilmente comporta.

Pazienza, fiducia e investimento sulla parola sono le armi a nostra disposizione.

Importante è non cedere sul piano dell’interpretazione che, sebbene vada calibrata evitando accanimenti, resta uno strumento chiave per guadagnare terreno sui meccanismi inconsci patogeni.

Conflitto inconscio , Idee deliranti, Ansia patologica

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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