Senza macigni sul cuore

Si deve essere leggeri come l’uccello che vola, e non come la piuma”. Parole dello scrittore filosofo francese Paul Valery, citate da Italo Calvino nelle “Lezioni americane” per sostenere il suo personale  elogio della leggerezza: “prendete  la vita con leggerezza,  che  leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore. La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l'abbandono al caso”.
 
Qual è il senso racchiuso in questo invito  di Calvino a prendere la vita con leggerezza? Come lo possiamo leggere a partire dalla nostra esperienza di analisti e di pazienti?

Peso del mondo e nevrosi 

Altrove lo scrittore (nel Barone rampante) scriveva: “Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio“.
 
Dunque da un parte il peso del vivere, del “movimentato spettacolo del mondo”, dall’altra il volo in uno spazio che non è né l’alienazione nel sogno, né la nevrosi né la frivolezza o il divertissement. 
 
Che cosa allora? A cosa allude Calvino? “Devo cambiare il mio approccio” dice il Barone rampante, al pari del  paziente che finalmente fa esperienza di quell’agognato “clic”, quell’illuminazione che da lì in poi lo sospinge ad alti e bassi verso la guarigione, l’abbandono della maschera luttuosa.
 
La leggerezza. È verso di lei che abbiamo il compito di traghettare i nostri pazienti oppressi, anestetizzati, ripiegati, agitati. È lì infatti, in quella condizione “leggera” che la  responsabilità (la determinazione, il volo della rondine a cui accenna Calvino) si unisce alla possibilità di “planare sulle cose dall’alto” senza “macigni sul cuore”.
 
La nevrosi da questo punto di vista è una forma di resistenza alla leggerezza. È la volontà di permanere in uno stato malinconico, lamentoso, impotente, oppure al rovescio esaltato, traboccante ambizione e vanità. 
 
Certo, alla base c’è sempre il male di vivere. Le difficoltà della vita che si accavallano, che si intrecciano a ferite più o meno antiche, a rapporti umani degradati, all’incomunicabilitá, all’ipocrisia e all’egoismo.
 
Ma il fardello dell’esistenza, inequivocabile, se diventa zavorra dell’anima consegna alla malattia nervosa, al negativismo, all’identificazione nell’altro del nemico, alla pessima abitudine di considerarsi puri, creature sfortunate  in balia di un mondo cattivo. Allora è facile fabbricarsi scuse, non far nulla che non sia rintanarsi nel lamento perenne. Senza muovere un dito per provare a vivere, a farcela nonostante tutto, a cambiare prospettiva, a scrollarsi di dosso tutte le scorie passate e presenti per guardare finalmente alla vita con occhi nuovi.

La leggerezza 

Il darsi da fare, il non arrendersi al nichilismo o al vizio non è proprio di un atteggiamento “pesante” bensì di uno “leggero” proprio perché implica agilità, forza, dinamismo, creatività, perfino sense of humor. Il pensiero, come insegna Calvino, può essere messo al servizio della leggerezza, tutto il contrario della superficialità. Sarà un pensiero che opererà tagli rispetto alle ossessioni, le rimuginazioni, i vaneggiamenti e i rimpianti. Sarà un pensiero nel presente, agganciato al qui ed ora, accompagnato da una memoria non rancorosa e da una consapevolezza generosa.
 
Anche il linguaggio non è esente da trasformazioni. Contaminato dalla leggerezza si fa più incisivo, più scarno, la parola vuole dire, vuole davvero rivolgersi all’altro, vuole essere chiara e non godere di sé stessa. Parallelamente i sensi si affinano, l’attenzione si dissocia dalle sciocchezze per concentrasi sull’essenziale. Così come l’autocompiacimento svanisce, perché la leggerezza implica uno sguardo che punta fuori da sé e non che indugia perennemente e narcisisticamente nei meandri mentali.
 
Come agganciare un po’ di questa condizione che sembra sconfinare in una forma di saggezza, di arte  di vivere? Come portarne un po’ anche nelle vite dei pazienti più recidivi? Come introdurli alla responsabilizzazione non super egoica  e al perdono dell’altro? 
 
Forse a non tutti è data la possibilità di imparare a volare alto sopra le cose umane pur giocandovi la propria parte. Per molti è più importante godere, godere rotolandosi  nello stagno di basse passioni  o uscendo  sdegnosamente di scena. 
 
Gli analisti però con pazienza ogni giorno ci provano, calibrano i silenzi, le parole, le poche armi a loro disposizione. Non si arrendono ma non insistono, sono lì, a volte più  in attesa, altre decisamente nella mischia.
 
L’importante è che loro stessi, sia in seduta che fuori, siano sempre alla ricerca della poesia, mai sottomessi  all’orrore e al disincanto.
 

Male oscuro, Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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