Denaro e salute mentale

Nella società contemporanea il possesso del denaro, a cui segue quello della gioventù, viene propagandato dai mass media come il valore assoluto a cui dedicare la propria vita. Se le famiglie falliscono nel contrastare l’adesione acritica dei propri giovani membri a tale falso valore, perché anch’esse soggiogate dal mitico binomio denaro - felicità, le conseguenze si fanno sentire anche sul piano della salute mentale.

Il danaro infatti, la sua disponibilità illimitata, la sua tragica assenza o il suo non bastare mai di per sé non ha un potere patogeno. A rigore (ma semplicisticamente)  l’unico suo potere è quello di acquisto, di conseguenza quello di consentire agi di vario genere. E  l’agio, preso per quello che è, è comodità, nulla di più.

Narcisismo e godimento

Dove si annida allora il problema? Per come funzionano gli esseri umani la disponibilità economica  non è solo comoda. Essa conferisce inevitabilmente potere sugli altri uomini,  e al potere finisce per aggiungersi anche il prestigio, ossia il valore che viene accordato a qualcuno. Il ricco è temuto e invidiato, dunque vale. Vale perché ha, non perché é.

Avere i soldi (come alrovescio non averne o averne troppo pochi) invade dunque il campo dello psichico. Averne fornisce “strati”  narcisistici supplementari, rigonfia l’ego; non averne ingenera frustrazione. Tale sconfinamento nell’area del mentale concerne anche meccanismi di natura pulsionale. Spendere gratifica, soddisfa. I soldi non solo innalzano l’autostima, fanno anche godere!

Si capisce così come una visione materialista e riduzionista della vita, che considera unicamente come propri dell’umano i meccanismi immaginari che ne regolano la condotta,  esalti così tanto la ricchezza, tanto da renderla IL valore per eccellenza. Il predominio sull’altro, la concorrenza aggressiva, la ruota del pavone e la scarica istintuale sono sì atteggiamenti tipici dell’uomo, ma anche pattern comportamentali “basici” che condividiamo con gli animali.

Lo scambio della moneta ci ha elevato  dal mondo animale nonché  dal primitivo baratto introducendo un’equivalenza simbolica, il riferimento ad una dimensione altra, invisibile. Tutto ciò è stato possibile nella misura in cui siamo esseri fatti di linguaggio, dotati di capacità di astrazione e di intelligenza. Pur vittime di meccanismi primitivi, abbiamo la possibilità di non esserne completamente schiavi. Siamo quindi in grado, pur avvertendo il potere del ricco, di chiederci perché mai dovremmo accordargli un prestigio, o un valore o un rispetto. Chi è costui al di là di quello che appare è una domanda che ci possiamo fare. Stesso discorso per il godimento. Godere vuol dire davvero  essere felici?

Ecco perché è così importante per i giovanissimi entrare in contatto con una  cultura familiare, che, lungi dall’incentivare un mero disprezzo per il denaro, lo inquadri però nella giusta dimensione, svelandone  i miraggi immaginari e le vischiose insidie.

La patologia del denaro

Quali sono dunque tali rischi potenzialmente patogeni?

Da una parte abbiamo problematiche a livello della percezione di sé, le quali possono a loro volta implicare ricadute in altri ambiti. Il figlio  che cresce in un ambiente di forte agio economico ma ahimè  scarsamente bonificato dalla cultura può credere nel proprio valore in quanto “figlio di”. Può così non mettersi mai davvero alla prova al di là dell’involucro posticcio dato dalla sua condizione agiata. I fallimenti a cui inevitabilmente andrà incontro a partire dalla sua presunta superiorità  non verranno ascritti a proprie mancanze ma rigettati sull’altro. E ciò lo penalizzerà pesantemente perché dovrà sempre tutto ciò che costruisce al puro fatto di essere “figlio di” o di aver ricevuto la “spinta da”.

Coloro che, pur provenendo da ambienti benestanti, riescono ad emanciparsi da dinamiche simili, (cercando l’autenticità del sé) sono in qualche modo entrati in contatto con la propria mancanza, senza rifiutarla ma accogliendola come una parte da interrogare. Mentre chi resta impigliato nella rete del prestigio si attacca ad un ego infantile e grandioso, senza possibilità di incontrare il limite se non in forma sintomatica. Viceversa chi si eleva dalla cattura del danaro va incontro ad un processo di maturazione, lasciandosi contaminare dalla vita vera, ben diversa da un perenne luna park.

Droghe, alcol, atteggiamenti manipolatori o al contrario  autolesivi sono spesso le soluzioni dei grandi ricchi al vuoto e alla noia  di una condizione ereditata o conquistata illecitamente. Un modo paradossale per reintrodurre una qualche mancanza o un semplice stordirsi per restare nella propria bolla virtuale sganciata dal mondo e dalle responsabilità.

Stesso discorso per il lato voluttuoso. Come per il cibo e  il sesso, anche lo sperperio illimitato ad un certo punto nausea, non gratifica più; la collezione di oggetti inerti non solo non basta mai, ma la  fame senza fondo di cose alla fine  inghiotte nel suo vortice di morte.

E non va meglio neppure al povero che sogna di diventare ricco o al piccolo benestante frustrato dal non avere di più. In tutti i casi la vita viene vanamente spesa in nome del raggiungimento di uno status illusorio. Specchi in cui annegano tante esistenze, sprecate nella rincorsa del futile e dell’altrettanto frivolo  successo sociale.

Alla rincorsa del denaro per il denaro fortunatamente continua a fare opposizione la passione, ovvero la spinta a dedicarsi a qualcosa a prescindere dalla remunerazione ma per il puro piacere di dedicarci le proprie energie.

Questo dovrebbero promuovere le famiglie o gli educatori: la felicità di scoprire se stessi e la forza di sostenere sempre i propri desideri, individuati a partire dalle mancanze e dalle irregolarità che rendono ciascuno unico e non un ridicolo manichino ben agghindato.

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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