Creatività o compiacenza?

In psicoanalisi utilizziamo il termine creatività non solo per indicare la capacità di dare vita ad opere d’arte. Sulla scia dell’insegnamento di Donald W. Winnicott, per noi acquista un significato più ampio, nella misura in cui la intendiamo come quell’atteggiamento di fondo nei confronti della realtà esterna che sta alla base dell’impressione che la vita valga la pena di essere vissuta.

Da questa prospettiva il vivere creativamente costituisce una situazione di sanità psichica, una condizione di autenticità che investe sensazioni, pensieri e comportamenti. Le sensazioni, sia che assumano una connotazione positiva o negativa, sono avvertite nella loro pienezza: la persona che le sperimenta prova vera gioia o vero dolore. L’attività mentale, sebbene mantenga un ancoraggio solido con la realtà, si rivela in grado di trascenderla, proiettandosi in avanti, dando luogo a visioni, idee, intuizioni. L’azione è libera da condizionamenti e, ispirata conseguentemente dal desiderio di chi la mette in campo, mantiene nel tempo la forza e la costanza per dare vita a realizzazioni concrete e non puramente velleitarie.

Potremmo descrivere l’individuo creativo come colui che, nel realizzare opere piccole e grandi che siano, realizza se stesso, portando così la sua personalità ad un grado estremo di sviluppo e compimento. E’ chiaro che in quest’ottica la creatività di cui stiamo parlando non coincide con i lavori artistici ma è in un certo senso universale, appartiene al fatto di essere vivi. E’ presente quando qualcuno, chiunque egli sia, fa una qualunque cosa deliberatamente, traendone piacere. Cosa molto diversa dal fare tutto ciò che si vuole: è più semplicemente, volere profondamente ciò che si fa.

Se la creatività nel senso in cui l’abbiamo descritta coincide con il benessere psichico, qual è il suo contrario? Al polo opposto troviamo la compiacenza, intesa come un modo passivo e inerte di mettersi in rapporto alla realtà. Il mondo è vissuto piattamente dal compiacente come un luogo in cui si deve inserire e al quale adattarsi. Senza piacere, senza scelta, senza mordente. Prevale un senso di futilità, di vacuità, di vuoto. Niente è importante e la vita non vale poi così la pena di essere vissuta. Il contatto con la propria soggettività, con i propri gusti e desideri è interrotto. Clinicamente potremmo parlare di sentimento depressivo tipico di una personalità fasulla, artificiale, mimetica.

Ma come si scivola verso la compiacenza, verso questo adattamento di superficie, artificioso e falso? Come si perde la creatività? Qualcosa accade sempre a livello ambientale, vale a dire nel contesto familiare o sociale nel quale un essere umano si trova a vivere. Più è precoce e prolungata l’esposizione a fattori che bloccano la sua creatività individuale (malattia fisica, essere dominato e sopraffatto in famiglia, persecuzioni politiche ecc…) maggiore è il rischio che essa si assopisca del tutto.

Chi, pur nella condizione di vittima soffre, quanto meno mantiene in vita una quota del suo essere originale. La sofferenza infatti è una manifestazione che ha una sua forza e autenticità. In questi casi la psicoanalisi può fare molto per riallacciare chi l’ha persa alla propria creatività, proprio perché considera la sofferenza come un buon punto di partenza per il viaggio verso la conoscenza di se stessi, non vedendola come un deficit da cancellare ma al contrario come un indicatore di verità. Più difficile invece, ma non impossibile, il lavoro con chi non soffre nemmeno più, con chi ha perso persino la capacità di sperare.

 

 

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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