Siamo vittime o responsabili?

E' incontestabile la subordinazione di ciascun essere umano all'ambiente che lo accoglie fin dal suo ingresso nel mondo. Il desiderio dei genitori, le loro ambizioni e aspettative condizionano e plasmano inevitabilmente la materia che costituisce ogni soggettività. Facendo sì che essa sia sempre frutto di un passato, di una storia, di un Altro che ci ha preceduto.

Tuttavia basta questo dato di fatto incontrovertibile per dire che siamo delle vittime in balia della volontà altrui? Che non abbiamo proprio alcuna libertà? Che il passato non passerà mai, non cesserà di esercitare il suo influsso sulle nostre scelte?

Lo psicoanalista francese Jacques Lacan, contrariamente a una certa concezione freudiana, pensa che vi sia una possibilità di sfuggire al "potere di ieri", alla forza della ripetizione. L'inconscio per lui non è soltanto "Automaton", ripetizione dello stesso, ma anche "Tyche", incontro, possibilità che il nuovo sblocchi la monotonia dell'eterno ritorno dell'uguale. Per questo parla di responsabilità soggettiva e aborrisce l'idea che l'individuo sia solo una povera vittima innocente, anche quando la vita lo mette di fronte agli abusi e alle ingiustizie più grandi.

Dove stanno dunque la responsabilità, la scelta, quando per esempio non si è stati amati? O quando magari si sono subiti dei torti, delle prevaricazioni, delle forzature proprio nel luogo dove avremmo dovuto incontrare protezione?

Lacan parla di soggettivazione per indicare quel meccanismo di assunzione responsabile della nostra storia personale. Che non significa una cancellazione totale degli influssi negativi a cui siamo andati incontro, impossibili di certo da estirpare.

La soggettivazione infatti è un processo che necessita di tre tempi. Si parte da ciò che si è subito dall'Altro per arrivare a un secondo stadio che consiste nell'accettazione di quello che è stato come un dato reale, non passibile di aggiramento. Essa, pur portando a guardare in faccia il fatto negativo per quello che è, non scade nella rassegnazione, non lascia che quest'ultimo dica l'ultima parola su noi stessi. Si tratta di un tentativo di trasformazione della sofferenza patita, di un punto debole, in qualcosa che non dia puramente origine a distruzione e inermità.

Ecco il terzo tempo. Un meno diventa un più. Può aver luogo una invenzione soggettiva che finisce per tipizzare e qualificare fortemente chi trova la forza e la giusta spinta creativa per darvi forma. Per questo si usa il termine soggettivazione, che implica la messa in evidenza della soggettività più particolare contro ogni forma di schiavitù uniformante. Una ribellione contro qualsiasi determinismo.

Chi rimane cristallizzato nel ruolo della vittima impotente purtroppo non accede a questa possibilità di superamento del trauma primitivo. Vi rimane impigliato, e passa magari la vita a incolpare sistematicamente gli altri per la propria sfortuna e malasorte. In un circuito di ripiegamento su se stessi sterile e alla lunga inaridente.

L'incontro con uno psicoanalista talvolta si può trasformare in un' occasione per riallacciare un soggetto smarrito ad una rilettura possibile della sua storia, che lo sganci dall'inferno della recriminazione e della ripetizione.

 

 

Cerca nel sito

Seguimi su

Articoli più letti

La depressione: i benefici della parola

Il discorso contemporaneo, nonostante parli molto di depressione, non la ama per nulla. La considera un deficit, una malattia, qualcosa da estirpare e togliere di mezzo il più velocemente possibile. La medicalizza. Ora, se esistono certamente forme la cui gravità non fa venire nessun dubbio sull' opportunità di un intervento terapeutico diretto e mirato ad un loro alleggerimento, la maggior parte dei casi trattati attraverso la mera via farmacologica in realtà ha migliori possibilità di riuscita con un approccio che integra l'uso della parola.

Depressione e amore: difficoltà e speranze

Frequentemente capita di ricevere chiamate angosciate da parte di partner di persone scivolate nella solitudine radicale della depressione.

Depressione lucida o inconsapevole?

L’affetto depressivo tendenzialmente mal si concilia con l’esercizio della parola, inteso quest’ultimo come possibilità di espressione ed elaborazione di questioni relative a verità soggettive. La depressione blocca la parola sia nella sua dimensione di ponte nei confronti dell’Altro, sia nella sua potenzialità dinamica di scoperta del nuovo.

Depressione da confort

La depressione è un affetto che colpisce l’essere umano ogni qualvolta fatica a venire a patti con una perdita significativa. Si può trattare della morte di una persona, di una delusione amorosa, di un de mansionamento lavorativo, di una malattia. Tutte situazioni caratterizzate dall’irruzione di un elemento che destabilizza il tran tran quotidiano, mettendo fortemente alla prova la capacità di farvi fronte da parte di colui che ne viene colpito.

La depressione: come riconoscerla

Non sempre appare possibile per chi ne soffre riconoscere il preciso momento in cui si instaura una depressione. La depressione clinica, che si distingue dall’affetto depressivo che prima o poi tutti conosciamo, si impadronisce di noi lentamente, subdolamente.

Depressione e conformismo

Sempre più frequentemente capita di osservare, nelle forme di malessere contemporaneo, un'associazione fra stati depressivi e tendenza ad assumere comportamenti conformistici, che riflettono cioè un adeguamento acritico alle maschere sociali imperanti nel proprio ambiente di riferimento.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

Via della Moscova 40/6 • 20121 Milano
N. iscr. Albo Ordine degli Psicologi 03/8181 • Partita Iva 07679690961

Note legali

Gli articoli, i post, i pensieri in versi e tutti i contenuti testuali originali presenti sul sito sono di esclusiva proprietà della dott.ssa Sibilla Ulivi, ed è vietato copiarli o distribuirli.
Vedi le Note legali.