Il lavoro: una sofferenza quando manca ma a volte anche quando c’è

In questo periodo di crisi, uno psicologo che lavora in una grande città come Milano, sente continuamente parlare di lavoro, soprattutto nei termini della sua mancanza. Dal punto di vista psicologico è intuitivo come la condizione della perdita di un’attività che ci impiega tante ore e la difficoltà nel ritrovarne una abbia su di noi un impatto molto forte.

Non solo ci troviamo a confronto con un vuoto che prima non conoscevamo, ma siamo anche colti dall’angoscia di non riuscire a far fronte alle nostre responsabilità personali o familiari.

L’angoscia alla lunga può trasformarsi in una depressione o sfociare in crisi di panico. Se accade questo significa che molta parte della stima di noi stessi era basata inconsapevolmente sul nostro ruolo professionale. E’ come se nel momento delicato della perdita riaffiorassero antichi vissuti di impotenza e insufficienza, che credevamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle tramite il successo o il semplice impegno professionale.

Chi mantiene alta la fiducia in se stesso anche in un momento di oggettiva difficoltà come la perdita di un lavoro riesce nel tempo a trovare una soluzione. Sicuramente i legami affettivi, quando sono solidi, aiutano, danno un’iniezione di forza e il giusto senso della prospettiva. Ma in primis siamo noi ad essere messi in gioco, con le nostre debolezze che improvvisamente tornano a galla e ci fanno perdere la lucidità e il coraggio per affrontare la situazione. Un supporto psicologico può costituire a questo livello un valido aiuto per capire cosa ci sta accadendo e perché. Può permetterci di reagire, interrompendo il circolo vizioso distruttivo che da un certo punto in poi abbiamo iniziato proprio noi ad alimentare.

Ma uno psicologo a Milano non sente parlare solo della sofferenza per il lavoro che non c’è più. Anzi, assai più spesso è confrontato con il lamento per l’insoddisfazione arrecata proprio dal lavoro che si ha. In tanti, tantissimi, nonostante la facciata di contentezza esibita a colleghi ed amici, nutrono nel profondo un dubbio rispetto a come conducono le giornate. Il lavoro infatti assorbe, assorbe tempo, tanto tempo. E la sensazione che si stia buttando via il proprio svolgendo un’attività magari ben retribuita ma sterile e ripetitiva assale moltissime persone. Anche le più insospettabili. Le più arrivate, quelle magari invidiate per i traguardi raggiunti.

Perché questo paradosso? Perché anche in momenti di crisi capita che chi abbia un buon lavoro nel suo profondo lo viva come una condanna? Che origine ha questa insoddisfazione? Certo, può trattarsi del capriccio isolato di qualcuno, magari cronicamente insoddisfatto. Tuttavia il fenomeno appare tutt’altro che isolato. Qui c’è in gioco una caratteristica profondamente umana, che lo psicoanalista Jacques Lacan chiamerebbe il divario tra domanda e desiderio.

La soddisfazione umana non è riducibile semplicemente a quella della domanda. A quella cioè dei bisogni materiali. Non risponde semplicisticamente ad un criterio utilitaristico e pragmatico. Posseggo questo e quello, ho raggiunto questo e quest’altro traguardo dunque sono felice. Non funziona proprio così! L’uomo è intrinsecamente fatto di desiderio, è mosso, animato da una forza vitale che lo spinge a farsi delle domande, al di là di quelle che sono le aspettative sociali di cui si è nutrito.

Per questo l’assunzione del proprio desiderio è così scomoda. Porta scompiglio nelle vite. Allora appare più facile ignorare il suo richiamo ed andare avanti con la consolazione offerta dal lamento…

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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