Domande e risposte sulla psicoterapia psicoanalitica

Cosa si fa durante un’analisi?

Durante un’analisi si parla. O meglio: è il paziente che parla, mentre lo psicoanalista ascolta in silenzio. A volte quest’ultimo interviene, porge delle domande, fornisce delle interpretazioni, sottolinea delle parti del discorso. In ogni caso il suo atteggiamento di fondo è di ascolto. Al centro si trova la parola di chi domanda.

Perché proprio la parola?

Jacques Lacan, uno psicoanalista francese geniale scomparso da una trentina d’anni, sosteneva che l’inconscio sia strutturato come un linguaggio. L’inconscio è fatto di linguaggio, di parola appunto. E’ un discorso che affonda le sue radici nella nostra storia individuale e condiziona fortemente il modo con cui ci approcciamo agli altri e al mondo. Dunque parlando scopriamo il nostro inconscio, freudianamente “l’altra scena”, la nostra verità più intima, straniera a noi stessi.

Perché parlare è terapeutico?

Parlare in sé ha un valore terapeutico. Parlando mettiamo in forma pensieri e sensazioni non ben articolati, li possiamo esteriorizzare, ne incontriamo la consistenza quasi fisica, materiale. Ci rendiamo conto che non si tratta solo di parole ma c’è ben altro in gioco. La “regola fondamentale” di un’analisi è quella di dire tutto ciò che passa per la mente senza preoccuparsi troppo delle concatenazioni logiche e del valore morale di ciò che si dice. Chiaramente a quest’invito a “dire tutto” non può seguire un’immediata e totale apertura. Sarebbe impossibile. Ma quello che veramente conta è la possibilità che sperimentiamo di farlo. Non esistono molti luoghi in cui apprezziamo tale libertà di dire.

Perché ci vuole uno specialista perché l’analisi funzioni? Non potremmo farla da soli?

Il lavoro di parola ha un senso se c’è qualcuno che ascolta, ovvero un destinatario del messaggio. Una persona in carne ed ossa. Andando avanti in un’analisi da un certo punto in poi ci rendiamo conto che la persona a cui stiamo parlando non è quella fisica dell’analista. Che è piuttosto uno schermo su cui proiettiamo i nostri fantasmi. Per questo il terapeuta è per lo più silenzioso, infondo non stiamo parlando veramente a lui in quanto tale. Capire a chi si parla durante una seduta è una scoperta a volte sbalorditiva.

Ma non basterebbe parlare con un amico?

No, non che parlare ad un amico sia sbagliato e non faccia bene. Tutt’altro. Parlare ad un amico però si pone in un’altra logica. Da un amico ci attendiamo comprensione, incoraggiamento, fiducia. Prevale la componente affettiva. La vicinanza umana non viene del tutto esclusa in un’analisi, soprattutto quando la sofferenza è molto intensa. In ogni caso un’analisi la si fa per capire cosa non va e perché, e a questa verità si arriva gradualmente, lentamente, da soli, senza il “consiglio”. Un bravo psicologo non si prodiga spesso in consigli, sa che la persona deve arrivarci da sé. Il maestro francese Jacques Lacan si raccomandava sempre di guidare la cura non i pazienti…

Qual è il momento decisivo di un percorso analitico?

Non c’è un momento decisivo soltanto, soprattutto quando il percorso è lungo e tocca nel profondo. Diciamo che il movimento interno ad un’analisi ha la struttura della spirale. Nel complesso ci si avvicina ad un centro, ma lo si fa attraverso dei giri, in una sequenza di andata e di ritorno che comporta la ripetizione. A volte per i pazienti è sconcertante vedere come tendano a ripetere sempre le stesse cose, nulla cambia, tutto sembra fermo. Poi, improvvisa, una schiarita, di colpo un cambiamento di posizione. Diciamo che l’entrata stessa in analisi si fonda su un cambiamento di posizione. Non c’è analisi se non avviene un passaggio dal lamento alla presa di responsabilità nei confronti di ciò che si dice.

Quali sono allora le condizioni per un’analisi?

La prima e imprescindibile è la sofferenza della persona che domanda. Chi chiede aiuto non deve farlo solo perché spinto da altri. Così non funzionerebbe. Bisogna che sia mosso da un autentico soffrire e che questo si incarni in un sintomo, un inciampo. Qualcosa non va, continua a ripetersi, non ce la facciamo più. Ecco che ci rivolgiamo a uno psicologo o a uno psicoanalista perché abbiamo bisogno di aiuto, stiamo male. Il discorso però non finisce lì. Se fosse solo uno sfogo della sofferenza non ci sarebbe analisi. Il meccanismo analitico si mette in moto quando una persona inizia a riconoscere il proprio contributo nel mantenere la sofferenza di cui si lamenta. Vede la sua implicazione, non si limita a dare la colpa agli altri, al mondo, alla cattiva sorte. Sempre, anche quando viviamo le cose più terribili, abbiamo una possibilità di scelta.

Qual è la frequenza ottimale delle sedute?

Idealmente due o tre volte alla settimana sarebbe la frequenza indicata. Il lavoro funziona se c’è una regolarità e una non eccessiva distanza fra un incontro e l’altro. In ogni caso anche una volta alla settimana è più che sufficiente per iniziare un lavoro di psicoterapia che potrà eventualmente trasformarsi in un’analisi.

Per quanto tempo?

I tempi non sono prevedibili a priori. C’è chi nell’arco di sei mesi un anno apprezza già i primi effetti terapeutici e chi ha bisogno di più tempo. Accade anche che qualcuno, pur stando di nuovo bene, voglia comunque proseguire per conoscersi meglio. Non esiste uno standard.

Quanto costa?

Il costo del primo incontro conoscitivo è di 70 eur. Modalità e termini economici per gli incontri seguenti verranno concordati dopo il primo incontro.
La Dott.ssa Sibilla Ulivi è particolarmente attenta alle situazioni di disagio sociale o a quelle in cui transitoriamente si incontrano delle difficoltà economiche. In questi casi la tariffa viene concordata caso per caso, in base alla situazione individuale. La mia idea e quella dei miei maestri è che la psicoanalisi debba essere fruibile da tutti. Per questo la tariffa la si concorda.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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