Lo scarto fra atto e pensiero

Ai nostri giorni siamo abituati a pensare che le azioni non derivanti da un ragionamento logico basato sul calcolo dei costi benefici siano di natura semplicemente impulsiva. Tendiamo cioè a bollare come irrazionali gli atti che non rispondono al principio dell'utile, che non tengono conto della conservazione del bene individuale.

La psicoanalisi però ci insegna a ridimensionare l'ideale dell'azione perfettamente calcolata, derivante dalla conclusione di un ragionamento o di una dimostrazione. Tale ideale blocca, ne sono infatti una prova alcuni soggetti, tipicamente i nevrotici ossessivi, che finiscono per accanirsi fino alla consunzione nella valutazione dei pro e dei contro dei loro possibili comportamenti, a cui seguono poi delle brusche precipitazioni nell'agire.

Dunque la conseguenza dell'idealizzazione del pensiero come base sicura da cui scaturiscono le scelte porta da una parte all'inibizione dell'atto, allo stallo, dall'altra alla fretta, all'impulsività, ad un "buttarsi" alla cieca. La colorazione d'angoscia che accompagna la fede assoluta nel pensiero ne dimostra a pieno l'insufficienza quando si tratta di prendere delle decisioni di una certa rilevanza esistenziale.

Tra pensiero ed azione c'è dunque uno scarto vertiginoso. Perché? Secondo la psicoanalisi le motivazioni vanno cercate nella spinta che attraversa l'umano a non perseguire semplicemente il bene. Gli esseri umani non badano solo a ciò che è utile, a ciò che non nuoce, a ciò che protegge dai rischi. C'è in tutti noi qualcosa che non lavora per il nostro bene, una forza autodistruttiva e nello stesso tempo paradossalmente fortemente vitale.

Lacan sosteneva che ogni atto degno di questo nome fosse sempre un atto suicida, comportasse cioè una morte del soggetto, una sua trasformazione radicale, uno sconvolgimento irreversibile nella sua esistenza. Il soggetto può rinascere dopo un atto che sfida la legge del bene, ma in ogni caso dopo non è più lo stesso. C'è sempre un prima e un dopo, una piccola morte nel mezzo.

Cosa implica dunque un atto che sia tale, una decisione vera, autentica, non conformistica, davvero trasformativa? Al contrario di ciò che si potrebbe pensare non comporta il rispetto delle legge, l'ubbidienza ad un codice costituito, bensì il no, la trasgressione, il superamento di un sistema simbolico rispetto al quale viene commessa una vera e propria infrazione, senza garanzie. Si tratta di una temporanea rinuncia all'aspirazione umana ad ottenere un riconoscimento, un permesso da parte dell'Altro. La solitudine è radicale, la logica del calcolo completamente abolita.

Se l'essenza del pensiero è il dubbio, il non so, quella dell'atto è la certezza. Ciò lo distingue fortemente dall'agitazione, dal riflesso, dalla scarica impulsiva. Esso indica sempre un passaggio, un superamento, una trasformazione, una sospensione e un'indifferenza rispetto al futuro.

Se le potenzialità vitali di un'azione libera dai vincoli del bene e dell'utile sono enormi, il lato oscuro è innegabile. La linea di confine fra il coraggio che prelude ad una rinascita e la morte è sottilissima e non sempre prevedibile. È la natura bifronte del desiderio umano: per poter vivere pienamente bisogna accettare la possibilità di morire.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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