Donne che amano troppo

“Donne che amano troppo”, titolo di un famoso best seller americano degli anni ottanta, è stato ed è ancora (soprattutto fra le non più giovanissime) una sorta di mantra relativo alla sofferenza femminile in campo amoroso. 

Il successo dell’espressione lo si deve alla sua genericità, che tuttavia coglie con precisione un fenomeno che ha del vero. “Amare troppo” infatti  condensa  nello stesso discorso  il tema della non corresponsione amorosa (si ama troppo quando non si è adeguatamente  corrisposti da qualcuno che dunque risulta sfuggente) unitamente alla tendenza tutta femminile a elargire attenzioni a chi evidentemente non le merita e a dare una risonanza interiore spropositata a un sentimento di fatto illusorio.

La dinamica del troppo amore

Molte donne dunque si sono riconosciute e si riconoscono nella dinamica patologica  del “troppo amore”. Ma perché proprio il femminile cade in una trappola simile?

Un po’ c’è da considerare la cultura nella quale venivano cresciute le fanciulle, soprattutto fino a qualche decennio fa (anche se la permanenza nell’attualità di certe storture non è da dare per superata). 

La madre, le insegnanti, le amichette, i romanzi, i film, un po’ tutta l’educazione sentimentale e intellettuale nella prima fase dello sviluppo contribuisce all’idealizzazione del sentimento amoroso e alla retorica della passione turbolenta ma con il lieto fine.

Su tale terreno si vanno inoltre a sovrapporre dinamiche “edipiche” non proprio risolte, con correlativa ambivalenza nella visione del maschio, oscillante fra quella del super uomo da adorare e quella del bambino indifeso da proteggere. La figura del padre, filtrata in gran parte dalla visione materna nonché dai suoi patimenti, la si ritrova dietro a questi eroi vagheggiati in cui poter finalmente trovare una definizione di sé ma anche un luogo dove riversare tutto il proprio così detto “amore”.

Non a caso quando  incontriamo “donne che amano troppo” l’oggetto degli struggimenti amorosi non viene mai apprezzato per quello che è nella realtà, pregi e difetti inclusi, ma la sua visione è sempre  distorta e inquinata da una sorta di calco mentale del padre, a sua volta sottoposto a rimaneggiamenti psichici che ne travisano il lato umano più profondo.

Non è infatti mai il padre nella sua complessità reale di uomo a condizionare le scelte infelici delle figlie, piuttosto la sua rappresentazione psichica, basata spesso su proiezioni materne e fatti accidentali, esteriori, non necessariamente specchio di ciò che egli è o è stato nel suo intimo.

La consapevolezza come rimedio  al troppo amore

Liberare il femminile da questo fardello non è banale, anche perché esso si è sedimentato così bene nell’inconscio da non risultare facilmente eradicabile.  Il lavoro di analisi punta non tanto a fare piazza pulita dei fantasmi, quanto a rendere la donna in grado di riconoscerli e dunque capace di non esserne pienamente dominata.

Molte delle ossessioni d’amore che ascoltiamo in seduta non sono legate ad un’intensità reale del sentimento, ma all’effetto di amplificazione dato da tutto il bagaglio inconscio che inconsapevolmente chi soffre delle pene d’amore si porta dietro. 

Gli scenari che in genere si aprono sono di due tipi. Il patimento può cronicizzarsi, nella misura in cui il partner è davvero scostante e irresoluto. La donna si mette nella posizione di colei che cerca di conquistare le attenzioni del padre sfuggente,  restando intrappolata nella ripetizione di uno schema che non le consente di aprire gli occhi e avviare un’indagine sul perché il tal tipo determina un effetto di fascinazione così dirompente. 

Finché permane la frustrazione lei si sente colma d’amore e di dolore, le sensazioni che prova sono così intense che finiscono con l’appagarla come una droga. Si lamenta ma resta dov’è, lo stesso ragionamento lucido viene allontanato perché visto come un pericolo che porterebbe a perdere lo stato di beatitudine distruttiva tipico dell’amore infelice.

Ma non va certo meglio a chi vince la partita, a chi riesce nel tempo a fare breccia nell’uomo impossibile e a conquistarlo. L’ insoddisfazione che nasce in seno a molte relazioni turbolente fortemente volute e desiderate si spiega secondo questa logica. Una volta svanita la nube vaporosa composta da illusioni, proiezioni e aspettative si verifica una sorta di atterraggio traumatico nel territorio della relazione concreta.

Ed è allora che può capitare di incontrare tutt’altra persona rispetto a quella vagheggiata nel desiderio ispirato dai fantasmi inconsci. Nella sua prosaica umanità l’uomo tanto venerato e vezzeggiato non viene riconosciuto più e comincia ad essere oggetto di recriminazioni e rifiuti.

Anche la sessualità finisce per svelare impietosamente l’inganno: anziché costituire un canale di comunicazione autentico ed aprire all’esperienza unica del donarsi completamente all’altro, dopo i primi incontri di passione (più immaginaria che reale) diventa l’ennesimo luogo dove si consuma la lotta, ci si trincera o si recita una parte. 

Di colpo si apre uno squarcio sull’ “orrido vero”: il principe azzurro è un uomo comune, per certi versi piccino, banale, in una parola deludente. E la delusione, non tematizzata, porta con sé una carica rivendicativa fortissima, che tiene incollate dentro rapporti all’insegna della distruttività e del rancore. 

La sensazione di non sentirsi amate come si meriterebbe ritorna potente. Ma invece di problematizzare la propria esigenza ormai perentoria e prepotente d’essere amate e mettersi finalmente in gioco in rapporti paritari, molte donne si rifugiano nel lamento e nella posizione dell’anima sensibile ferita. 

La via della guarigione la si imbocca dunque solo nell’incontro con l’uomo reale e la realtà altrettanto non ideale di se stesse. Il rapporto potrà essere più o meno passionale, a seconda di quanto quest’uomo “ricorderà” con i suoi modi di fare certe fantasie infantili depositate negli strati più profondi dell’essere. 

Ma in ogni caso, le fantasie daranno solo una coloritura al rapporto, esso sarà svincolato nella sua essenza da tutta la nebbia accecante di aspettative e attribuzioni indebite.

La donna che si lascia alle spalle i condizionamenti nevrotici può finalmente confrontarsi con l’altro per quello che è e tollerare un maschile imperfetto, composto di luci e ombre come tutti gli esseri umani.

Rapporto uomo donna

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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