Depressione e disturbi alimentari

C’è un rapporto intimo fra disturbi dell’umore e disturbi del comportamento alimentare, che l’esperienza clinica ci svela nella quasi totalità dei casi.

I periodi di restrizione alimentare, così come quelli delle abbuffate, sono caratterizzati da un preciso tono dell’umore. Frequentemente esaltato nella fase anoressica, più francamente depresso nella perdita di controllo della bulimia.

Vulnerabilità femminile

La malattia alimentare colpisce per lo più il genere femminile, il cui equilibrio psichico tende maggiormente rispetto a quello dell’uomo a basarsi sulla percezione di amabilità del proprio essere. Se la depressione (per ambo i sessi) ha a che fare con la sensazione tragica della perdita di valore della propria persona (e correlativamente della perdita di senso della vita), allora essa ha in comune con la problematica alimentare la percezione luttuosa che qualcosa del senso di sè è andato perduto.

Le giovani che patiscono di sintomi alimentari associano rigidamente il sentirsi belle (e dunque sufficientemente sicure e desiderabili) alla magrezza. Lo scarto tra l’immagine reale e quella ideale (spessissimo amplificato da una distorsione mentale e innescato frequentemente dal rifiuto da parte di un potenziale partner) causa una sofferenza intensissima, di natura marcatamente depressiva.

La supposta “bruttezza”, lo scarso valore, la debolezza vengono associate all’assunzione di cibo, mentre la bellezza, la desiderabilità, la forza al controllo alimentare, alla dieta ferrea, al conteggio delle calorie.

La depressione si rovescia allora in atteggiamento maniacale, in esaltazione data dal controllo. Come se si potesse fare a meno dell’Altro, mettendo da parte il suo specchio e lavorando in solitaria per “ristrutturare” la propria immagine.

L’origine del dubbio

In realtà l’insicurezza rispetto alla propria immagine (intesa in senso più allargato come valore personale, come valore del proprio essere, come amabilità) ha origini antiche, e le circostanze che precedono gli scatenamenti sintomatici non fanno che riaprire vecchie ferite.

Il primo specchio è quello dell’Altro genitoriale. Nell’infanzia di queste ragazze qualcosa non funziona pienamente (con gradi differenti di pervasività) a livello del riconoscimento da parte di questo sguardo, percepito come lontano, irraggiungibile, oppure apertamente critico e svalutante. Un dubbio riguardo alla propria desiderabilità (quando non addirittura una certezza di non amabilità tout court) si fa strada. Le cause possono essere le più disparate: una madre depressa o assente, una separazione coniugale, un lutto in famiglia, aspettative e ideali familiari troppo elevati, rigidità educative, freddezza o al contrario non rispetto dei confini ecc...

L’adolescenza, con i rimaneggiamenti imposti all’immagine di sè e del corpo, va ad amplificare questo dubbio anziché a placarlo. La nuova immagine viene vissuta in maniera particolarmente conflittuale, percepita come una mutazione ingovernabile (aggravata anche dall’emergenza della pulsionalità). Una reazione possibile è il rifiuto del corpo sessuale, espressione di tale difficoltà di integrazione della nuova identità con conseguente iper investimento della magrezza.

La perfezione della silhouette viene ad essere idealizzata, nel tentativo di recuperare il controllo su un corpo e un essere che sfuggono e che non trovano ancoraggi interiori solidi. Mentre gli scacchi nelle prime schermaglie amorose possono esasperare la dinamica fino a renderla pericolosa.

Depressione e maniacalità

In questo scenario i comportamenti anoressizzanti come le diete rigidissime o gli allenamenti massacranti in palestra si configurano come delle “soluzioni” giocate in solitaria nel reale rispetto a ferite e frustrazioni apparentemente invisibili e in relazione all’Altro e alla sessualità.

Se l’inappetenza o l’abbuffata sono espressioni dirette della tristezza conseguente ad una frustrazione presente e passata, la dieta attivamente perseguita si profila invece come un modo per combattere e cancellare il sottostante affetto depressivo.

Per questo il periodo della dieta si associa al tempo della maniacalità, essendo quest’ultima già essa stessa un modo per trattare la depressione senza passare attraverso il lavoro del lutto (ovvero l’accettazione della ferita insanabile, un venire a patti con essa).

Durante la dieta il benessere percepito è massimo, l’energia alle stelle. Un senso di onnipotenza avvolge le giornate, in un crescendo rispetto alla diminuzione dei chili sulla bilancia. Il rapporto con l’Altro non conta quasi più; una nuova felicità sembra essere raggiunta in solitudine. Il corpo magro, considerato come oggetto di desiderio, viene esibito ma resta fuori dallo scambio. Come narciso, l’anoressica in questa fase è accecata dalla sua stessa immagine, in un’impossibilitá di mettersi davvero in relazione e di vivere pienamente la sessualità.

Tuttavia ad un certo punto, più o meno inspiegabilmente, il controllo viene meno e con esso tutta l’euforia connessa. Il senso di vuoto sottostante, anestetizzato insieme all’appetito, torna a farsi sentire. Tornano il pianto, lo svuotamento di senso, la disperazione. Come se il risveglio della pulsione si associasse in parallelo alla riattivazione del dolore di esistere.

Se nell’anoressia vita e morte sono congelate sotto la lastra dell’euforia maniacale, nella bulimia le questioni ad esse collegate si scongelano bruscamente, come potenze inarrestabili e imperiose. La bulimica “deve” mangiare tutto (non può sottrarsi a quella che sarebbe una spinta di per sé vitale ma che si trasforma così in qualcosa di eccessivo e di mortifero). E si dispera, annega nel sentimento luttuoso della perdita del corpo magro, sentendosi al contempo orribile, rimasta senza pelle, senza forma, senza difese, ossessionata dal pensiero costante del cibo da ingurgitare.

Sfida terapeutica

Come aiutare le giovani pazienti alle prese con forze che le tiranneggiano al di là della volontà? Come non minimizzare la portata devastante del loro dolore, come non scivolare nell’errore di ridurre tutta la questione al solo rapporto con il cibo?

Nei casi più gravi si tratterà di rispettare la soluzione anoressica, temperandone nel tempo la portata autodistruttiva e i derivati maniacali. Nelle situazioni che lo consentono, sia per gravità che per disposizioni soggettive, una cura può avere effetto se riesce, non forzatamente e nel tempo a far accostare alla vera ferita alla base di tutto. Così da poter operare attraverso la parola un minimale lavoro del lutto, che renda superflue altre soluzioni concentrandosi sulla vera origine del problema.

Disturbi alimentari

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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