Il bullismo visto dalla compagnia teatrale Quelli di Grock. Osservazioni sullo Spettacolo “Io me ne frego”.

Biglia e Rospo sono due ragazzini molto diversi. L’uno studioso, un po’ timido, ancora acerbo nel corpo. L’altro allergico alla scuola, chiacchierone, fisicamente prestante. Stanno bene insieme, sono amici. Tra loro c’è uno scambio spontaneo e vivace, al di là delle differenze caratteriali. La presa di giro, quando c’è, è lieve, non punta a distruggere ma esprime l’attrazione di fondo per la particolarità dell’altro.

Le cose cambiano radicalmente quando a scuola arriva Robertino. Un pluribocciato, arrogante, che fa del motto “io me ne frego” uno stile di vita. La personalità di questo bullo ha una fortissima influenza sul Rospo. Fa leva sulla sua difficoltà a stare dentro le regole scolastiche, a riconoscere il limite come uno strumento non solo repressivo ma anche positivo. A casa infatti suo padre, la maggior parte del tempo assente, lo rimprovera aspramente per i suoi insuccessi scolastici, senza cercare di capirne le reagioni né tentare di dare un esempio. La legge, agli occhi del Rospo, è vissuta così come inutile, sterile, vuota perché si limita al sermone educativo colpevolizzante senza incarnarsi in una testimonianza di vita nel quotidiano.

L’arrivo di Robertino rinforza dunque nel Rospo la convinzione di questa inutilità della legge. Se il valore del limite viene meno allora la sopraffazione, l’aggressività, l’arroganza diventano comportamenti legittimi. Si può fare tutto ciò che si vuole. Ecco che lo stile dell’amico Biglia, serio, coscienzioso, studioso, va a cozzare contro questo modo di vedere le cose. Inizia a essere visto come uno sciocco, poiché perde il suo tempo a studiare. La presa di giro, da lieve e scherzosa che era, si trasforma via via in un crescendo di sopraffazione, umiliazione, prepotenza fino a sfociare in veri e propri atti di violenza. Il tutto sotto lo sguardo indifferente dei compagni di classe, che con il riso o l’impassibilità convalidano il comportamento prepotente dei bulli.

Il ragazzo, oramai vittima del bullismo, non riesce a ribellarsi. Tace e acconsente. Il dire di sì alle richieste sempre più umilianti a cui viene sottoposto lo mantiene nell’illusione che il Rospo sia tutto sommato ancora un amico. Che infondo vada tutto bene. E’ preda della vergogna e di una sofferenza che, non trovando via di sfogo nella parola, prende dunque il nome dell’angoscia e della paura.

La ribellione ha luogo nel momento in cui  si trova ad assistere alla vessazione di un’altra persona. Nel vedere far del male ad un altro essere umano, per lo più una ragazza, improvvisamente tira fuori il coraggio di intervenire in sua difesa e finalmente di parlare apertamente con genitori e insegnanti rispetto a tutto ciò che ha subito in silenzio per mesi.

I due personaggi si rincontrano da adulti. Il Rospo è diventato un delinquente. Deve rispondere di un reato davanti alla Legge. Biglia è invece un avvocato, chiamato in difesa dell’imputato.

Si capisce come in quest'ultimo avvenga, dal momento della denuncia degli atti di bullismo, un processo di soggettivazione rispetto a quanto gli è accaduto. Ha luogo cioè un passaggio che gli permette di sopportare la sofferenza e la solitudine senza doversene più difendere attraverso la negazione ma senza nemmeno più farsene schiacciare. In fondo fa i conti con la castrazione. L’amico invece non accede a questo. Ma non in quanto bullo. La storia avrebbe potuto essere diversa. Il bullo avrebbe potuto riscattarsi. La scelta dello sceneggiatore va piuttosto nella direzione di mostrare cosa accade in assenza di una presa di consapevolezza rispetto alle proprie azioni violente. E il risultato è la devianza. La falsa libertà del bullo che dice “Io me ne frego” si ribalta nel suo contrario, in un processo che porterà molto probabilmente ad una condanna.

In virtù della soggettivazione della castrazione Biglia può difendere da adulto l’ormai ex amico. Biglia ora è quello libero. Libero dai condizionamenti del passato e dal rancore. Per questo fa per primo il gesto di dare la mano all’altro. Ma infondo sta facendo il suo lavoro. Non c’è generosità, non c’è amicizia. Sta facendo quello che è giusto. E’ nella legge. Infatti, dopo aver stretto la mano dell’altro, gli gira le spalle e se ne va. Mentre l’altro rimane inchiodato lì dov’è.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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