L'incontro con lo straniero

Davanti al progressivo aumento nelle nostre città di soggetti provenienti da altri paesi assistiamo ad un parallelo incremento del sentimento dell’angoscia nei cittadini. Perché ci angosciamo? Siamo i soli a sentirci disorientati dal contatto con il diverso o accade anche allo straniero stesso di sentirsi insicuro e diffidente?

Cerchiamo di capire l’origine dell’angoscia di fronte allo straniero. Per la psicoanalisi essa non fa altro che riflettere il meccanismo che si innesca ogni volta che incontriamo qualcuno delle cui intenzioni non siamo certi. Chi è? Che vorrà da me? sono interrogativi che ci fanno vacillare, ci fanno mettere sulla difensiva. L’altro, nel momento in cui non è noto, costituisce una minaccia potenziale: alla mia identità, al mio microcosmo di certezze. Prevale la paura che voglia portarmi via qualcosa. E allora escluderlo, tenerlo fuori, alla larga appare come il sistema più immediato e sicuro per proteggersi da eventuali incursioni destabilizzanti.

Lo straniero, per il fatto di non essere immediatamente leggibile, mina dunque il nostro senso di padronanza. In un certo senso lo possiamo assimilare all’inconscio stesso, in quanto luogo che contiene tutto ciò di cui non vogliamo sapere nulla di noi, le nostre parti in ombra, di cui non andiamo fieri o che preferiremmo non vedere per evitare di metterci troppo in discussione. Ecco allora che la paura verso lo straniero assume un ulteriore significato: egli può diventare lo schermo su cui proiettiamo tutto ciò che rifiutiamo di noi stessi, incarna con la sua persona, con i suoi tratti esotici e abitudini inconsuete quella parte di noi che rifuggiamo in quanto potenzialmente sovversiva e destabilizzante. Esiste infatti una legge implacabile a cui inchioda la psicoanalisi: ogni volta che ci lamentiamo per un difetto, una mancanza dell’altro dobbiamo sempre chiederci perché ci turba tanto, quali corde tocca in noi. La responsabilità dei nostri malesseri e delle nostre angosce in quest’ottica si vede bene come ricada sempre su di noi, al di là di quello che possono fare o essere gli altri.

E lo straniero? Non è anche lui spaventato, in difficoltà come e più di noi? Lui infondo si trova in minoranza, immerso in un ambiente che non è per nulla il suo. Ha dovuto lasciare tutto, la famiglia, le tradizioni, le sicurezze…Si trova senza appigli, la sua angoscia assomiglia a quella del panico, del sentirsi andare alla deriva, privo di punti di riferimento stabili, esposto a una solitudine radicale. Si capisce così perché fatichi tanto ad integrarsi: da una parte viene escluso dalla paura che ne abbiamo noi, dall’altra si auto esclude lui stesso. Si chiude nel suo guscio, si rapporta solo con i simili e si irrigidisce nel culto della tradizione. Questo fenomeno di autosegregazione ha quindi alla sua radice nient’altro che la paura.

Come smorzare la paura dell’incontro con l’altro da ambo i lati? Infondo, più in generale, incontrare davvero l’altro è difficilissimo. Scattano le difese, gli indietreggiamenti, le ritirate. L’incontro con l’alterità produce sempre un urto, è un impatto destabilizzante. Il rischio di ingabbiare l’altro nelle nostre categorie è sempre dietro l’angolo. E così manchiamo l’incontro autentico con la sua particolarità, irriducibile a qualunque schema a priori. Solo accostandosi all’altro con curiosità, con apertura e oblio di noi stessi è possibile che si produca qualcosa di fecondo e di nuovo. Un incontro degno di questo nome dà infatti sempre luogo al non ancora visto, non ancora vissuto. Ma implica l’abbandono del proprio Io, delle sue paure e delle sue difese.

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